Una firma in calce a un documento in cui c’è scritto che non reitereranno i loro “reati” e si asterranno dal prendere parte ad attività pubbliche, preceduta da un sentito ringraziamento al re. In cambio, il perdono.

Questa è l’offerta che il ministro degli Interni dell’Arabia Saudita ha presentato, nei giorni scorsi, a 16 uomini in carcere dal novembre 2011, condannati a pene da cinque a 30 anni da un tribunale speciale istituito per i casi di terrorismo.

Secondo la giustizia saudita, sono colpevoli di costituzione di un’organizzazione segreta, tentativo di prendere il potere, incitamento contro il re, finanziamento del terrorismo e riciclaggio di denaro (qui il dettaglio dei nomi e delle pene inflitte).

Il gruppo dei prigionieri è composto da professionisti e attivisti, che negli anni passati avevano avviato una campagna per le riforme e avevano costituito un organismo indipendente per i diritti umani, l’Associazione saudita per i diritti civili e politici, mai riconosciuta dalle autorità.

La maggior parte di loro aveva già passato tre anni e mezzo in carcere, prima che iniziasse il processo. Due detenuti hanno denunciato di aver subito torture. In molti, hanno trascorso lunghi periodi di isolamento.

Il processo è stato viziato da gravi irregolarità. Per mesi, prima dell’inizio, gli imputati, i loro familiari e gli avvocati non hanno nemmeno saputo quali fossero i capi d’accusa e ai difensori è stato proibito di assistere alla maggior parte delle udienze.

“Stato di polizia”: difficile non condividere la valutazione che, dell’Arabia Saudita, ha recentemente fornito in un’intervista un altro attivista, Mohamad Farah Muflih al-Qahtani, insigne professore di Economia che insieme al collega Abdullah Al-Hamid, rischia una lunga condanna per “reati” quali la rottura del vincolo di fedeltà col re. 

Al momento, risulta che sei dei 16 destinatari dell’offerta di perdono – Suliaman al-Rashudi, Saud al-Hashimi, Saif al-Din al-Sharif, Musa al-Qirni, Abdul Rahman al-Shumayri e Abdul Rahman Khan – l’abbiano rimandata al mittente.