“Sono il maschio Alpha. Sono Robin Hood. Sono un pezzo di storia di questo Paese. Sono il generale dei paparazzi. Sono circondato da persone adoranti. Se non lo fossero, lo diventerebbero in un mese standomi vicino”: patchwork di autodefinizioni di Fabrizio Corona, da un paio di giorni latitante dopo la condanna definitiva della Cassazione a cinque anni di carcere. Qualche giorno fa, ospite di Cristina Parodi, ha ribadito uno dei suoi pezzi forti: “Incarno il prototipo del sogno dell’italiano medio: soldi, belle fighe e macchine potenti”. Poi un bel giorno il castello dell’Ego è caduto giù. Ora lo cercano tutti, anche l’Interpol, perché i giochi finiscono sempre. Ed è finito anche quello di Corona, uno che ha giocato pesante, con il fuoco delle estorsioni, della bancarotta fraudolenta, della corruzione e di un’altra serie di reati per i quali ha processi in corso. Certe volte ci si brucia e succede anche se, incredibile dictu, ci si racconta come una leggenda. Sta volta la storia va diversamente.

Si è detto, e pure lui lo ha ripetuto più volte, che Corona incarnava il berlusconismo, il mito del successo e del denaro. Ma avrebbe anche potuto non farlo, avrebbe potuto essere qualcun altro. È pronipote di un compositore siciliano, Gaetano Emanuel Calì, soprattutto è figlio di un grande giornalista, Vittorio, che fu anche art director e vicedirettore della Voce di Montanelli e morì qualche settimana prima dell’arresto di Fabrizio per la vicenda Vallettopoli. Recentemente ha detto che il padre sarebbe fiero di lui. Chissà, certo sarebbe addolorato, come si sono detti i fratelli e la mamma che nelle prime ore di latitanza pubblicamente gli hanno chiesto di costituirsi. Ma la prospettiva di passare almeno tre anni in carcere (con l’incognita degli altri procedimenti) non è esattamente “figa”: lui c’è già stato in prigione, un paio di mesi. Sa cosa vuol dire. Così, anche il maschio Alpha scappa, anche se la fuga non è esattamente un comportamento virile. Del berlusconismo c’è in questa storia – oltre ai soldi e alle donne, ossessivamente sbandierati dall’uno come dall’altro – l’idea di essere in qualche modo diversi. Migliori. Onnipotenti. Comunque non assoggettabili alle regole che valgono per tutti. Essì, perché l’uguaglianza vale nelle democracy, non nelle videocracy. Invece Corona è rimasto fregato dallo specchio, quello in cui si rimira nudo e compiaciuto nel film di Erik Gandini.

Credeva nell’impunità della bellezza, del consenso (ma c’è davvero tanta gente che lo ritiene un mito?), del grano, della televisione. Ma questo non è un film e nemmeno un programma tv. Non è un reality, ma la realtà proprio. Non c’è la pubblicità, non ce la si cava con una battuta, una cazzata, non si può buttare la palla fuori dal campo per creare un diversivo. E qui l’intelligenza, la potenza, il genio del maschio Alpha servirebbero non per fare audience o incassare assegni, ma per fermarsi a dieci centimetri dal baratro. O dal portone di San Vittore.

Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2013