Ho viaggiato per 13 ore su una jeep nel sud dell’Algeria. Una pietraia senza orizzonte che si alternava a onde di sabbia sulle quali lo sguardo mi pareva non potesse trovare riferimenti. Una monotonia di colori e di luce che cambiavano soltanto all’alba e al tramonto. Ore e ore di scossoni e sbalzi su tenui piste che l’occhio non allenato non sapeva nemmeno riconoscere.

Il guidatore della Toyota, il mezzo totale che ha sostituito il dromedario negli attraversamenti del Sahara compiuti dai Tuareg e dalle altre popolazioni nomadi che popolano “il grande deserto”, cambia traiettorie senza apparente motivo, seguendo riferimenti “invisibili” ma a lui familiari. Raggiungemmo infine i contrafforti di dune sassose sulle quali si ergevano i resti di un fortino dai quali si dominavano le distese desertiche che avevamo attraversato, talmente vaste da essere percepibile la curvatura terrestre.

Il senso di orientamento e la capacità di trovare la strada nel mare mare di pietra e sabbia – le stesse qualità che fanno dei guerriglieri islamici che combattono in Mali, e nel Sud dell’Algeria, un nemico temibile per le truppe francesi – ci fu tanto più evidente al ritorno verso la nostra tappa iniziale, l’oasi di Tindouf, base militare e “capitale” storica delle popolazioni Saharawi in esilio dai territori contesi con il Marocco del Sahara Occidentale.

Era il tramonto, la luce bassa del sole stava svanendo per lasciar posto al freddo pungente della notte desertica. Il guidatore compì all’improvviso, in uno spazio che ci sembrava assolutamente identico a quello percorso nelle ultime ore, una curva secca per arrestarsi accanto a un cespuglio rinsecchito.

Sceso dalla Toyota preparò un fuoco e preparò un té, e si mise a pregare rivolto alla Mecca. Poco dopo in quell’accampamento creato dal falò di sterpaglie apparvero altri equipaggio di jeep, arrivate dal nulla. In pochi minuti si formò un gruppo di viaggiatori del deserto che pareva si fossero dati appuntamento in un luogo a loro ben noto.

Come erano apparsi, così scomparvero dopo la cerimonia del té, con le luci delle auto che si dileguarono con sorprendente rapidità nei vari punti cardinali, come se l’orizzonte le avesse inghiottite, e lasciandoci soli come quando ci eravamo fermati.