Nel 1800 e fino ai primi anni del ‘900 gli Stati Uniti erano un paese estremamente corrotto. Le devianze criminali nel ceto politico erano la regola. Poi, a poco a poco, le cose mutarono. Da una parte vi fu uno sforzo legislativo per combattere i reati contro la pubblica amministrazione. Dall’altra, la stampa libera riuscì a cambiare la percezione dei cittadini rispetto a questo tipo di comportamenti e, nei fatti, rese molto gravose le conseguenze politiche per chi veniva coinvolto negli scandali.

Gli storici economici hanno notato come questo processo positivo sia riassumibile in due dati. Nel 1870 i quotidiani indipendenti diffusi nelle grandi città americane rappresentavano solo l’11% del totale: il resto veniva prevalentemente pubblicato dai politici stessi. Cinquant’anni dopo, nel 1920, quella percentuale era salita al 62%. Stampare giornali, anche grazie alle innovazioni tecnologiche, si era rivelato un affare. Gli editori erano molti. Per vendere tante copie era necessario scrivere notizie più interessanti rispetto ai concorrenti. E le notizie che facevano davvero scalpore erano ovviamente quelle riguardanti chi amministrava il denaro dei contribuenti.

Ecco, nella giusta decisione del Partito Democratico di escludere dalle liste tre impresentabili (più altri due che hanno ritirato la loro candidatura) è facile scorgere l’eco, o per meglio dire l’embrione, di quanto accadde più di un secolo fa in America.

Mirello Crisafulli di Enna, Antonio Papania di Trapani e Nicola Caputo di Caserta, erano stati tutti ammessi alle primarie dagli organismi regionali del Pd. Poi qualcosa è cambiato. Il Fatto Quotidiano ha raccontato con dovizia di particolari le vicende e le inchieste (anche archiviate) che li riguardavano. Le loro storie sono state diffuse dalla Rete. Altri giornali concorrenti, dopo giorni e giorni di silenzio, si sono decisi a riprendere il tema. L’opinione pubblica, come dimostra la raccolta firme ideata da Franca Rame, si è mobilitata. E alla fine il partito di Pierluigi Bersani ha preso posizione.

Per una volta, insomma, anche in Italia è scattato quel principio di elementare prudenza che nelle democrazie mature porta a escludere dalle assemblee elettive chi ha frequentazioni criticabili (è il caso di Crisafulli filmato dalla polizia mentre discuteva di appalti con il boss di Enna Bevilacqua) o si fa notare per comportamenti non trasparenti (per esempio Papania che reduce da un patteggiamento è risultato in oscuri rapporti con gli uomini poi arrestati di una società per la raccolta rifiuti).

Il garantismo infatti deve valere nelle aule di tribunale, dove ogni imputato va condannato solo se colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. In politica deve invece prevalere il buon senso. Rappresentare gli elettori è un onore e un onere. Perché non tutto quello che, per i comuni cittadini, è penalmente lecito è consentito a chi aspira a rappresentarli.

Per capirlo basta guardare al caso Crisafulli. Il futuro ex parlamentare di Enna, nominato al Senato per due legislature, non è solo sotto inchiesta per un abuso di ufficio (accusa dalla quale va considerato fino a prova contraria innocente). È stato anche protagonista di un’indagine da cui emergevano i suoi continui contatti con un importante capomafia appena scarcerato. Alla fine del loro lavoro i magistrati spiegarono di non poter dimostrare con certezza che Crisafulli avesse rafforzato con i propri comportamenti Cosa Nostra e tutto era così finito (giustamente) in archivio.

Riflettete però su che tipo di messaggio ha fin qui rappresentato la presenza di Crisafulli in parlamento. Da una parte molti elettori non sono riusciti a capire quale differenza ci fosse tra il Pd e il centrodestra in Sicilia, finendo così per votare sempre meno quel partito. Dall’altra la mafia ha potuto pensare : vedete anche loro sono come gli altri, anche con loro ci si può sedere per parlare. Certo, la lista degli impresentabili, è più lunga di quella che è stata esclusa o si è autoescluda dal Pd. Nel centrosinistra restano altri nomi che sarebbe stato meglio non candidare. E sopratutto rimane il lungo elenco di personaggi (dai Dell’Utri ai Cosentino passando per almeno un’altra trentina di loro colleghi) che infesta il centro destra.

Da questo momento però anche il partito capitanato dall’impresentabile Silvio Berlusconi avrà vita più difficile. Davanti all’opinione pubblica avrà difficoltà sempre maggiori a giustificare le proprie scelte. Insomma un passo (magari piccolo) verso un Paese che non demanda solo alla magistratura il compito di selezionare le proprie classi dirigenti, è stato fatto. Alcuni giornalisti hanno scritto quello che si doveva scrivere. Molti cittadini informati hanno fatto sentire la loro voce e la politica ha cominciato a reagire. La strada resta lunga. Ma per oggi c’è solo da essere contenti.