Ci sono vulgate e menate giornalistiche che cercano di elevare la campagna elettorale: l’arma segreta è Twitter, no Facebook, anzi Twitter più Facebook. Sbagliato. Perché le televisioni dettano il tempo, scrivono l’agenda e dischiudono le arene, più o meno per toreri, più o meno per corride. La televisione ha due padroni per costanza di apparizione e discontinuità di rendimento: Silvio Berlusconi e Mario Monti. Il Cavaliere e il Professore girano a tappeto le trasmissioni da più di un mese e adesso, per colpa di una par condicio che non piace a nessuno, devono cominciare a delegare le presenze, a prestare le poltrone, a schierare terze e quarte file. Le dichiarazioni televisive, rese prima, durante e dopo un programma, per esempio le braccia incrociate di B. a Ingroia, rimbalzano sui giornali che le arredano con fotografie, pareri e opinioni che invecchiano in pochi minuti, appena comincia l’ennesima tribuna elettorale o il faccia a faccia tra i panchinari degli schieramenti in competizione. Anche Twitter e Facebook trascorrono in maniera passiva questi primi giorni di vera, e mediatica, campagna elettorale, che in versione invernale si fa ancora più distante dai cittadini e dal quel luogo metafisico che si chiama piazza. La strategia di chi corre per recuperare, come Monti e Berlusconi, è l’esatto opposto di quella di Pier Luigi Bersani, che centellina le parole e le inquadrature, che vuole conservare la sensazione magica di aver imboccato lo stradone democratico con le primarie, pavesato di compattezza e privo di contraddizioni.

Per il momento, funziona sino a un certo punto. Fin quando Monti e Berlusconi, una coppia ormai, gli si scagliano contro per attaccarlo su Vendola o Fassina, il secondo diventato celebre oltre i propri meriti o demeriti perché, semplicemente, utile a una propaganda aggressiva del mite e sobrio ex rettore bocconiano. Fra la boscaglia di interviste televisive, ultima quella che ha inaugurato l’appuntamento su Sky di Ilaria D’Amico, Berlusconi ha dimostrato la sua abilità comunicativa e la sua congenita, quasi strutturale, propensione a proferire menzogne. Nulla di nuovo. Monti, invece, pare ancora in camerino, tanto è ondivago sui temi di governo, tanto è controverso sui bersagli che deve trafiggere per non scomparire assieme a due politici di professione già abbondantemente scomparsi, Casini e Fini. Il magistrato Antonio Ingroia, che riunisce con sé la parte più tradizionalista della sinistra, ha la giusta esperienza televisiva per essere efficace. Però, Ingroia ora deve rispondere di crescita, contrazione economica, dramma occupazionale, non più di trattative fra mafia e stato, e dunque risulta strano ascoltarlo con lo stesso tono.

Beppe Grillo non tradisce la sua promessa di ignorare la televisione, ma sempre lì finisce e molto spesso colpisce proprio lì. L’ultima intemerata l’ha confezionata contro Michele Santoro: “Quando l’ho visto ospite di Berlusconi sono rimasto stupefatto. Allora sei stupido, allora vuoi gli ascolti…”. E pensare che, qualche anno fa, Santoro era l’unico a sdoganare il pensiero di Grillo in televisione. Adesso, c’è una confusione totale che mischia amici e nemici, tattiche e tecnici, sarà pure divertente, ma chissà quanto interessante per i cittadini.

Il Fatto Quotidiano, 17 Gennaio 2013