Caro Antonio,

ti scrivo da nipote, perché nella mia vita da trentenne palermitano ci sei sempre stato. Presente proprio come un familiare, magari uno di quelli che si vede poco e con cui spesso non si è d’accordo, ma che non si smette mai di volergli bene.

Spesso mi è capitato di parlare con amici non siciliani delle cose siciliane. Non solo la mafia, ma tutte quelle strane storie che fanno della Sicilia una terra così incomprensibile per chi non c’è nato. Ho sempre sentito una grande attenzione nei confronti della nostra storia, alla faccia di chi vorrebbe dividerlo questo nostro bel Paese. Sono cresciuto portandomi dietro quella diversità, che mi rende orgoglioso di essere parte di una storia collettiva, dolorosa e bella nello stesso tempo. Quella che non vive con il senso di colpa per aver contagiato il mondo dall’infezione mafiosa, meno che meno di esserne complice. Una storia che racconta delle bandiere rosse dei tanti che lottavano per il riscatto dei più deboli, dei non pochi taccuini di coraggiosi giornalisti assetati di verità, di una classe di servitori dello Stato che ci hanno insegnato ad amarlo questo nostro Stato. Uomini che in trincea hanno portato lo Stato democratico dove questo era un concetto teorico, se non addirittura il salotto della prepotenza. Storie siciliane, come quelle che ricordano l’affermazione della Repubblica nell’isola, non una grande festa, ma una tragedia che si chiama Portella della Ginestra.

Ho ascoltato un bel pezzo del mio amico Pif, più o meno diceva non aspettiamo che sia soltanto l’altra parte del mondo a cambiare il mondo. Se si guarda bene c’è gente qui che il mondo lo ha già cambiato si riferiva proprio a quei uomini che proprio sotto il nostro naso stavano cambiando il mondo. La Sicilia di oggi, non è un luogo perfetto ma certamente migliore di vent’anni fa, perché questi uomini hanno fatto più di quello che gli era stato chiesto. Ma non solo. Nella nostra terra la rivoluzione civile è stata all’indomani delle stragi del ’92, una rivolta morale senza precedenti.

La mia prima manifestazione politica, non è stato uno sciopero, come per i miei tanti amici non siciliani, ma un funerale, quello di Giovanni Falcone. Ricordo una moltitudine di palermitani arrabbiati, quanto addolorati, che gridavano fuori la mafia dallo Stato”. Non si limitarono a chiedere giustizia, esasperati, si preparavano alla rivoluzione. Tu eri già in trincea. Io avevo dieci anni. Emozioni che non mi hanno mai abbandonato, alimentate da maestre e maestri che risposero all’appello scendendo anche loro in trincea, nelle nostre aule di scuola. Più in generale era Palermo che sceglieva la trincea, stanca del dolore, spalancava le finestre con i lenzuoli bianchi: l’impegno che la città non si sarebbe chiusa nel suo lutto. Un altro capitolo della nostra bella storia collettiva, anche questo fatto d’indignazione e di coraggio. Arrivava la primavera, il testimone di Falcone e di Borsellino era patrimonio: “le loro idee camminano sulle nostre gambe” era scritto ovunque. Più di una promessa, una missione.

Un popolo che cambiava il proprio destino, non era questa la rivoluzione civica?

I miei ricordi da ragazzino sono indelebili, come i momenti di gioia che si vivevano quando il Tg dava la notizia di un boss arrestato, o come le partite a pallone con giovani militari che venivano a “fare la guerra” alla mafia. Non dimenticherò mai le tantissime manifestazioni, proiezioni di film, dove l’attenzione nei vostri confronti era enorme, voi eravate i nostri “lampadieri” “che, camminando innanzi, tengono la pertica rivolta all’indietro, appoggiata sulla spalla – con il lume in cima. Così, il “lampadiere” vede poco davanti a sé – ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri”.

Eravate i nostri punti di riferimento. Poco importa se venivano fuori i veleni, se litigavate. Quando si parlava della Procura di Caselli che era contro la Procura di Grasso,e viceversa. Non era bello, ma anche nelle migliori famiglie si litiga. Voi giudici eravate la nostra speranza, oltre che le nostre guide.

Chiedi a un giovane giudice perché ha scelto questa professione, la risposta ti commuoverà. Non sarà diverso se chiederai a un giovane documentarista, o a una giovane maestra, che alla loro professione tengono come missione per cambiare la loro terra prima che le loro condizioni materiali. Noi, i figli del ’92, i ragazzini della primavera, adesso dispersi nelle città del nord perché la rivoluzione civile è stata sconfitta. Siamo nati da quei lenzuoli, da quella rivolta morale, per questo ci sentiamo parte di una storia differente. Per questo oggi ti chiedo di non chiudere la nostra storia.

Vederti in testa alle critiche, come possibile responsabile del ritorno all’incubo Berlusconi mi fa impazzire. Davanti lo scontro con il Quirinale, nessun dubbio, le Istituzioni si rispettano certo, ma noi vogliamo la verità. Ho amato Napolitano, ma non gli perdonerò mai l’assenza di coraggio. Perché vogliamo la verità? Perché questa è l’unica che potrà dare un senso alla nostra storia, ma non solo. La verità è il mezzo, il fine è sempre quello di affermare la democrazia, di rendere questo Paese sempre più un luogo in cui sia dignitoso vivere. Questo è nel dna della nostra storia.

Fino a quando non ci saranno queste verità, il Paese intero sarà sempre vittima di populismo, dietrologie, ricatti, puzza di inciucio, minacce di autoritarismi, e forse sotto rischio di golpe. Io so che tu hai sentito sulle tue spalle la responsabilità di questa verità, che questa l’avevi promessa vent’anni fa, per questo grande è la mia gratitudine e l’affetto nei tuoi confronti. Hai detto qualche mese fa sul ’92 siamo entrati nella stanza della verità. È una stanza buia e accendere la luce non è più compito solo della magistratura” dobbiamo fare luce sulle zone d’ombra della nostra Repubblica, che siano stragi di Stato o trattative imbarazzanti, perché solo la verità ci ridarà la forza e la consapevolezza di essere un Paese democratico.

Non posso condividere questa tua scelta, di scambiare il mezzo con il fine, mettendo in gioco la tenuta democratica del nostro Paese. Non posso accettare che la nostra storia diventi marginale, cavallo di troia per forze che non possono presentarsi con i loro simboli. Una rivoluzione civile deve essere costruita, condivisa, certamente non è la cabina elettorale la migliore via.

Non sarà una rivoluzione ma penso che il Paese ne guadagnerebbe: lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione delle classi dirigenti; investire in formazione e ricerca; estendere i diritti, dal riconoscimento delle coppie di fatto alla cittadinanza per i figli d’immigrati passando per un welfare state che liberi dal bisogno i più deboli; riforma del conflitto d’interessi e della legge elettorale. Magari se ci fosse il tuo sostegno si potrebbe ottenere una commissione d’inchiesta sulle stragi di “mafia”, ma non solo, ecco, una commissione d’inchiesta parlamentare sulla Seconda Repubblica, che possa accendere la luce sui terribili misteri della giovane democrazia.

Invece rischiamo di tornare tragicamente indietro, di consegnarci a mani alzate alla Santa Inquisizione del “ghe pensi mi”.

Per questo con affetto e stima questa volta non potrò seguirti.