Mi sono seduta al mio posto sul treno Firenze-Roma e ho tirato fuori il romanzo Vita e destino. Ottocentoventisei pagine scritte tra il 1950 e il 1960 dal russo Vasilij Grossman che raccontano la seconda guerra mondiale, una sorta di enorme affresco su quello che è avvenuto a Stalingrado durante l’assedio, nei campi di sterminio nazisti e a Mosca nell’ambiente scientifico accademico, infestato dai sospetti e dalla delazione. Gli innumerevoli personaggi del romanziere si muovono su uno sfondo storico dettagliato, in cui ogni parola porta il marchio infuocato e nitido della testimonianza diretta mentre nello stesso tempo brilla sulla pagina la riflessione lucida sul dolore, il male, la paura, l’ingiustizia e la calunnia.

Un libro che a tratti mi ferisce per la minuziosa descrizione di crudeltà e violenze, a tratti mi consola per la sua infinita poesia. A volte mi esalta per la sua straordinaria intelligenza. Leggendolo ci si sente dentro la storia, con tutto lo spessore umano che questa comporta.

Nel sedile di fronte è seduta una ragazza con un golf rosso e una grande valigia che ingombra parte del corridoio.

Comincio avidamente a leggere. Presto mi accorgo, con un velo di disagio, che la ragazza con il golf rosso mi fissa. I miei occhi scorrono sulla pagina ma in realtà il suo sguardo si infila tra le parole e come il grido imperioso di un neonato, mi distoglie dalla lettura. Non alzo gli occhi e cerco di andare avanti. Sto leggendo il pezzo in cui Mostovskoj nella sua cella legge gli scarabocchi di Ikonnikov relativi al concetto di Bene e Male, la lode incantevole del “bene illogico, della bontà sciocca” è uno scenario crudo e assoluto, spiritualmente carico e conturbante, come solo i russi sanno dipingere. Eppure a un certo punto precipito da quelle vette e sento nascere in me un brutto sentimento di fastidio: “Che avrà da fissare questa qui?”. Alzo severa lo sguardo e lei immediatamente distoglie il suo. Ora ho la certezza che sono proprio io l’oggetto del suo interesse e l’imbarazzo sfuma in una piccola rabbia.

I personaggi di Vasilij Grossman sono colti nella quotidianità dell’orrore, mentre cercano di nascondere un figlio all’arrivo di un treno blindato o nell’attimo in cui neri pensieri attraversano la mente dell’insegnante Olga Ivanovna in fila nuda insieme ad altre persone davanti alle camere a gas. Grossman può scrivere così meravigliosamente grazie alla sua empatia con il genere umano, si fa lui stesso donna, bambino, uomo perseguitato e carnefice. Filosofo e creatura semplice. L’empatia è in lui una delle facce dell’amore. E’ un libro che mi fa sentire bene nel male, che mi rende viva, cosciente, appassionata, indignata. Commossa.

La ragazza continua a fissarmi. L’ora e mezza di viaggio è passata, vedo i palazzoni della Salaria sfilarmi accanto, le macchine che lasciano la città hanno i fari impazienti, smaniose di tornare a casa. Metto via il libro e appoggiandomi allo schienale fisso la ragazza dal golf rosso che ora guarda fuori dal finestrino del treno che rallenta. Non è italiana, la pelle è diafana, avrà 25 anni, i capelli sono ramati, tinti. La sua enorme valigia è sempre lì che ostruisce parte del corridoio, ma nessuno ha protestato. Volge lo sguardo su di me e per un istante ci fissiamo. Poi mi dice queste testuali parole in un italiano incerto: “E’ bello vedere una donna che legge Vasilij Grossman. Non sapevo che il libro fosse stato tradotto nella vostra lingua”.

“Lei è russa?”.

“Sì sono russa. E questo libro da noi è stato vietato per molti anni. E’ bello vedere che una donna italiana lo legge”.

La voce dell’altoparlante annuncia l’arrivo nella Stazione Termini. Non ho più tempo per parlarle. Se solo avessi appreso la lezione umana di Grossman e le avessi rivolto uno sguardo accogliente, magari incoraggiante e fiducioso, probabilmente la ragazza russa avrebbe avuto molte cose da dirmi su questo straordinario scrittore morto povero e dimenticato nel 1964 e il cui libro censurato in Unione Sovietica è arrivato in Occidente in modo rocambolesco nel 1980 ma solo nel 2008 è stato tradotto e pubblicato in Italia. Se per caso questa ragazza leggesse questo post, sappia che è il mio modo di chiederle scusa, di chiederle di perdonare la mia diffidenza stupida, la mia inopportuna timidezza.