Mentre la campagna elettorale è equamente bilanciata tra le gag del dinosauro ed il tormentone dell’Imu, ovviamente al centro della propaganda berlusconiana anti-Monti poiché introdotta dal governo Berlusconi, gli scandali politici anche se eclatanti sembrano retrocessi a routine e a dejà-vu.

E pensare che in una sola giornata abbiamo avuto una visione d’insieme sullo stato del sistema di corruzione che purtroppo contraddistingue trasversalmente la stragrande maggioranza delle forze politiche presenti sulle schede elettorali che avremo in mano tra meno di quaranta giorni.

Mi risulta che solo il Tg della 7 abbia aperto con le inchieste che coinvolgono rispettivamente la Lega per ipotesi di corruzione e bancarotta fraudolenta  nella vicenda delle quote latte; il Pdl a Parma con l’arresto dell’ex sindaco Vignali all’interno dell’inchiesta Public Money; il Pd con “il sistema Sesto” dove sarebbe emersa un’ulteriore prova nella compravendita di azioni della Milano Serravalle a carico di Filippo Penati.

I reati al centro delle inchieste ruotano sempre attorno alla corruzione, alla bancarotta fraudolenta, al peculato, alla concussione, al finanziamento illecito; sono variamente intrecciati nelle diverse inchieste ed implicano background  politico-affaristici più o meno complessi ma sono quelli aggiornati e più sofisticati che ritornano da Mani Pulite ad oggi.

Riguardo alle presunte tangenti per ritardare i pagamenti degli agricoltori alla Ue Maroni ha immediatamente dichiarato che “la Lega non c’entra” e che nella perquisizione nelle sedi di Milano e Torino  “non è stato trovato nulla”. Insieme a lui erano presenti anche Bossi, Cota e Calderoli e tutti i leader del Carroccio hanno precisato che contrariamente alle voci circolate nessuno ha opposto alla Gdf l’immunità parlamentare.

A Parma, in tanti avranno retrospettivamente un motivo di soddisfazione in più per aver cacciato il precedente primo cittadino ora agli arresti domiciliari. Qui si tratta di un affaire di soldi, molti soldi pubblici deviati per interessi molto privati, per esempio la campagna elettorale del 2007 di Vignali.

Del sistema incentrato su peculato e corruzione  facevano parte, tra gli altri, anche un capogruppo regionale del Pdl e l’imprenditore Angelo Buzi editore di Polis, tutti molto determinati a non essere disturbati; al punto di sollecitare interrogazioni parlamentari ed interventi anti-pm al capo supremo e ai fedelissimi attraverso una linea  direttissima, quella della escort Nadia Macrì. 

L’inchiesta sulla strana compravendita delle azioni dell’autostrada Milano-Serravalle è uno dei filoni del cosiddetto “sistema Sesto” che vede al centro per corruzione, concussione, finanziamento illecito Filippo Penati e cioè l’uomo della “riscossa” in Lombardia del Pd, vicinissimo a Bersani, che si è sempre sempre dichiarato innocente e ha coerentemente chiesto il giudizio immediato. Ora avviene che una data falsificata compromette gravemente la sua situazione nell’affare da 238 milioni che, nella calda  l’estate dei “furbetti del quartierino” del 2005, l’allora presidente della provincia conclude con Marcellino Gavio, re delle autostrade ma già in strettissimi rapporti con il Pd dai lontani anni 90. Infatti nel ’98 viene condannato dalla Cassazione per aver finanziato l’allora Pds tramite il “mitico” Primo Greganti.

Penati, come è noto, acquisisce il 15% della Milano Serravalle pagando 8,93 euro per azioni che poco prima ne valevano meno di un terzo precisamente 2,9 euro e “regala” a Gavio una plusvalenza di circa 176 milioni. La data che inchioda Filippo Penati è quella riportata a mano dal suo braccio destro Antonio Princiotta sulla perizia che avalla la congruità della cifra: il 29 luglio 2005 che è guarda caso quella della delibera della giunta che in gran segreto decide l’acquisto con i soldi pubblici.

Il problema è che la relazione della Vitale ed Associati secondo le testimonianze acquisite non è stata consegnata il 29 luglio, ma in una data successiva al primo agosto. A distanza di poche settimane dall’acquisto “molto conveniente” il gruppo Gavio investe una parte considerevole della plusvalenza e cioè 50 milioni nella cordata di Consorte, condannato in via definitiva per insider trading nella scalata a Bnl, impresa mancata che farà esultare l’incautoFassino.

Ma forse quel che è peggio, al di là degli aspetti penali che riguardano Filippo Penati dimesso da cariche nel Pd, è che una vicenda di tale portata nel luglio 2011 quando era scoppiato lo scandalo veniva liquidata da Bersani  come “storia vecchia su cui non ho nulla da dichiarare”.  Mentre, quantomeno come artefice dell’incontro in una sede riservata tra Penati, capo della sua segreteria nel 2010, e Marcellino Gavio per avviare  la compravendita (stando alle intercettazioni),  Bersani forse qualcosa da raccontare dovrebbe averla.