La guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane di Rimini hanno smascherato un sistema di evasione dell’Iva che aveva permesso a cinque persone, tutte ora rinchiuse in carcere, e ad altri 22 indagati di non versare allo stato italiano 37 milioni di euro. In pratica gli indagati facevano uso di società commerciali che organizzavano vendite ed acquisti internazionali di merce secondo il metodo del “carosello fiscale”. Una truffa che permetteva di abbattere le imposte grazie a una catena di società fantasma. Nella rete degli investigatori, coordinati dal Procuratore capo di Rimini, Paolo Giovagnoli, sono finite cinque aziende di San Marino e altre società con sede in Gran Bretagna Austria Romania e Svizzera, tutte legate anche tramite prestanome agli indagati italiani. Le aziende coinvolte sul territorio italiano sono invece 16.

Cosa è la “frode carosello”. I cinque arrestati, Lamberto Ausili, Paolo Liotti, Matteo Pistillo, Sergio Gangemi e Gianluca Calitri, sono accusati insieme agli altri indagati dei reati di utilizzo di fatture false, associazione a delinquere ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Il presupposto della frode carosello che avevano messo in piedi è che, nelle vendite internazionali, l’Iva sugli acquisti deve essere versata solo dal primo importatore.

Nel caso smascherato dagli investigatori riminesi il sistema funzionava così: le ditte straniere rivendevano a una società italiana, detta ‘cartiera’, le merci senza Iva: le cartiere a loro volta – chiamate così perché sono considerate semplici produttrici di fatture false, quindi di carta – si accollavano il debito Iva che però non versavano mai, perché sparivano dalla circolazione. Le cartiere, a loro volta, vendevano quindi alle società filtro che, scaricando l’Iva (mai pagata), potevano usufruire di una detrazione fiscale. Dalle società filtro la merce andava poi ai destinatari finali che potevano introdurre sul mercato beni e oggetti a prezzi ribassati e concorrenziali. Una frode che portava vantaggi a tutte le società: insieme si spartivano infatti l’Iva non pagata, 40 milioni di euro più le relative detrazioni. Una frode colossale se si pensa che il giro d’affari stimato dal Nucleo tributario delle Fiamme gialle, si aggira sui 200 milioni di euro.

I tesori messi in piedi dall’organizzazione criminale spiegano ancora meglio quanti soldi giravano nell’operazione. Le Fiamme gialle hanno infatti individuato e messo sotto sequestro sette ditte individuali, 24 automobili e sei motocicli, quote sociali di 47 società, strumenti finanziari tra cui titoli del debito pubblico, 109 depositi bancari in 90 istituti di credito, 30 immobili e 17 terreni ubicati in varie province per un valore, pari all’Iva evasa, di 37 milioni di euro.