“E’ stata esclusa la sussistenza di un fenomeno associativo nel distretto del Veneto”. Tredici parole, che pur nella loro freddezza, rappresentano la fine di un incubo per Carmine Gallo, superpoliziotto anti-‘ndrangheta della squadra Mobile di Milano. La frase in questione compone la parte essenziale di un’unica pagina con la quale il sostituto procuratore di Venezia il 14 gennaio 2013, dopo le tante richieste inviate dall’avvocato Antonella Augimeri, ha disposto la restituzione di 80mila euro. Denaro contante che, quattro anni e tre mesi fa fu sequestrato nell’abitazione milanese del poliziotto.

ASSOCIAZIONE E RUOLI
Tanto è passato dalle cinque del mattino del 28 ottobre 2008, ora in cui la polizia giudiziaria veneta fa irruzione nella casa di Gallo con un mandato di perquisizione in calce al quale sta scritta l’accusa: aver fatto parte di un’associazione di narcotrafficanti con il ruolo di informatore. “Acquisiva – si legge nel documento – informazioni investigative e giudiziarie (…) che venivano riversate all’interno del gruppo al fine di garantire l’esistenza del vincolo associativo e quindi della sua operatività”. Da qui l’iscrizione sul registro degli indagati e il blitz nell’appartamento disposto perché “vi è fondato motivo di ritenere che nella sua residenza/domicilio l’indagato risulti nella disponibilità di fascicoli investigativi”.

IL CORRIERE DELLA SERA, UN ARTICOLO E L’INFAMIA
Naturalmente nulla di tutto questo fu trovato. Gli agenti se ne andarono con i computer dei figli del poliziotto (ancora sotto sequestro) e con il denaro. Eppure, per uno come Carmine Gallo, abituato a cacciare latitanti e boss, a incastrare sequestratori e killer, l’accusa più infamante non stava in quel decreto di perquisizione firmato dal pm Paola Tonin e dall’allora procuratore generale di Venezia Vittorio Borraccetti, ma nell’articolo che il Corriere della Sera pubblicò il giorno dopo sulle cronache nazionali.

“Super-poliziotto tra gli indagati”, questo il titolo di un box di poche righe scontornato con una foto di Carmine Gallo. Tanto bastò per far passare la notizia (in parte non vera) che i soldi fossero nascosti nel battiscopa, inevitabilmente sollevando ombre sulla loro provenienza. Il resto della pagina era, invece, dedicato alla squadretta di narco-trafficanti veneti capeggiati da un ex irriducibile dell’estrema destra come Angelo Manfrin. “Ex di Maniero e terroristi: soldi per l’eversione nera”. Sotto il titolo, la cronaca di una banda di ex: divisi tra Mala del Brenta, banda Vallanzasca, brigate rosse ed estremismo nero. Un mix improbabile per un traffico modesto: un chilo di cocaina.

LO SBIRRO E IL MAGISTRATO
Poca roba, in fondo, se non fosse per la presenza di Gallo, lo sbirro “infedele” che pur di far cassa con la cocaina si rendeva disponibile a portare informazioni segrete alla banda facendo sponda su Alberto Nobili, ex pm di Milano (oggi procuratore aggiunto) che vent’anni fa, proprio insieme a Gallo, gestì le confessioni del boss Saverio Morabito, svelando gli interessi della ‘ndrangheta in Lombardia.

Era il 1993. Per una vita Gallo e Nobili hanno lavorato fianco a fianco, tanto da stringere un’amicizia fraterna. Eppure, secondo Venezia, il magistrato finirà vittima dell’inganno del poliziotto. Chi ci crede? Il Corriere della sera certamente. Scrive il cronista: “A Gallo la Procura contesta di aver approfittato della buona fede di Alberto Nobili per acquisire per vie istituzionali informazioni da usare per motivi d’ufficio e che avrebbe poi utilizzato in modo non consentito dalla legge”.

L’ASSOCIAZIONE NON ESISTE, LA RIABILITAZIONE
Il castello accusatorio costruito dalla Procura crolla il 29 agosto 2012, quando la Cassazione sancisce un fatto decisivo: quel gruppo male assortito non costituiva un’associazione a delinquere. E così ciò che resta di quell’inchiesta sono solo singoli episodi di spaccio. L’11 dicembre 2012, poi, altri due membri della banda vengono assolti dal reato associativo. Poche settimane dopo tocca a Carmine Gallo.

“LA FALSA INFORMATIVA”
Eppure per il supersbirro che si è meso in tasca tutti i più potenti boss della ‘ndrangheta giustizia è fatta due volte. Dieci giorni prima del blitz nel suo appartamento, infatti, a Milano succede qualcos’altro. E’ il 18 ottobre 2008. Giorgio Tocci, ex poliziotto, poi passato a fare il killer per la mafia, e quindi finito pentito, viene fermato dai carabinieri davanti al carcere di San Vittore, dopo un inseguimento partito davanti al Bingo di via Lorenteggio. E’ accusato di evasione perché essendo ai domiciliari non era a casa nelle ore stabilite. Andrà a processo. E con lui anche Carmine Gallo, che negli anni Ottanta lo gestì come collaboratore di giustizia, per non aver impedito l’evasione.

CHI E’ CONTRO?
In primo grado Gallo viene condannato a cinque mesi di carcere. Il 26 settembre 2012 davanti alla Corte d’Appello il sostituto procuratore generale chiederà l’assoluzione. Durante le fasi del processo emerge un dato inquietante: i carabinieri hanno falsificato la loro informativa con cui comunicavano la notizia di reato all’autorità giudiziaria. A sostenere l’accusa è lo stesso Giorgio Tocci che proprio per questo finirà imputato per calunnia. Tocci, sia in aula, sia attraverso diverse lettere, elenca le incongruenze dei carabinieri: 1) l’inseguimento durò pochi minuti e non mezz’ora 2) la sua golf si fermò davanti al carcere di San Vittore e non, come scritto nell’annotazione, in via Vico contro un panettone di cemento 3) Sceso dall’auto non scappò 4) All’inizio dell’inseguimento le auto civetta dei carabinieri non si resero riconoscibili 5) Portato in via Moscova e prima di rilasciare dichiarazioni spontanee, qualcuno gli chiese di dire qualcosa che mettesse in cattiva luce Carmine Gallo.

INCONGRUENZE
L’ex collaboratore, condannato in primo grado per cinque evasioni (sulle quali non farà ricorso in Appello, di fatto ammettendo il reato), davanti ai giudici di secondo grado contesta solamente l’accusa di calunnia. Vincerà. E non solo perché i carabinieri, con una nota integrativa, modificheranno il luogo del fermo (davanti al carcere e non in via Vico), ma soprattutto perché, annota il giudice nelle sue motivazioni depositate il 21 dicembre 2012, “le discrasie con l’annotazione inviata alla Procura appaiono di rilievo molto maggiore rispetto alla nota integrativa”. Insomma, secondo la Corte c’è molto di più.

LA CORTE SMENTISCE I CARABINIERI
Intanto Tocci, il 18 ottobre 2008, non viene fermato, come detto dai militari in un primo momento, per una questione di spaccio (in Lorenteggio Tocci stava acquistando una dosa personale di cocaina), ma perché era indagato in un’inchiesta per omicidio. Di più: Tocci racconta che durante le sue dichiarazioni in caserma qualcuno gli chiese di incastrare Carmine Gallo. Bene, le difese di Gallo e Tocci più volte hanno chiesto di acquisire in atti quel documento “ma – annota il giudice – il pm si era opposto”. E ancora: in aula uno dei carabinieri conferma che “quella notte il nome di Gallo era emerso, ma poi il teste era stato fermato dall’opposizione del pm accolta dal giudice”. Cosa volevano sapere i carabinieri di Gallo? Perché, a detta di Tocci, quella notte insistettero tanto? Erano di Milano oppure venivano da un’altra regione, magari dal Veneto? Forse una parte di questo mistero (ancora tutto da svelare) sta nelle lettere di Giorgio Tocci.

UN SOLDATO DELLO STATO
Nonostante ombre e sospetti, per Carmine Gallo l’incubo oggi è passato. Ora restano le ferite. Quelle di uomo che dopo aver consegnato la sua vita nelle mani dello Stato arrivando a livelli di professionalità investigative uniche in Europa, si è ritrovato abbandonato dalla procura di Milano che, messa davanti all’obbligo della scelta, ha deciso di abbandonare un suo soldato, uno dei migliori.