Tra i primi, nel 1994, ci fu Antonio Di Pietro. L’ex pm di Mani Pulite sembrò essere a Silvio Berlusconi uno degli uomini più adatti a diventare ministro nel suo primo governo. Si vociferò per l’incarico da responsabile del Viminale. La cosa, si sa, non andò in porto. Ma nel corso degli anni il Cavaliere non ha rinunciato alla sua strategia: offrire cariche e poltrone ai suoi avversari o presunti nemici e tralasciando quelli che, partiti o persone, si sono fatti volontariamente irretire, ci sono molti che hanno detto no. Pagandone a volte le conseguenze.

Oggi è il turno di Mario Draghi, numero uno – stimatissimo in Europa – della Bce, che il Cavaliere avrebbe visto bene al Quirinale. Ma uno dei superMario nazionali – insieme a Monti e Balotelli – fa sapere che starà a Francoforte fino al 2019. Solo a dicembre nel mirino del leader del Pdl era entrato il presidente del Consiglio uscente, indicato come possibile “federatore dei moderati”, ma Mario Monti, con grande scorno di B., non ne ha voluto sapere – e non gli ha nemmeno fatto una telefonata –  e così in questi giorni per lui ci sono solo critiche e battute come l’ultima: “Leaderino sotto choc per i sondaggi”. 

Orbene stiano in guardia Draghi e Monti perché chi si inimica B. rischia, a volte, la denigrazione o l’eliminazione. Nella prima prospettiva è capitato al giudice Raimondo Mesiano che firmò la prima sentenza sul Lodo Mondadori (poi confermata in appello e in attesa di essere vagliata dalla Cassazione) che aveva imposto alla famiglia di versare 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti: cifra poi ridimensionata a 560 milioni dai giudici di secondo grado. Il magistrato fu protagonista di un servizio di Mattino5 in cui si sottolineavano presunte stranezze – per ridicolizzarle – della toga, come l’indossare calzini azzurri. Stessa sorte all’avversaria di sempre il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, anch’essa finita nel mirino con un servizio che le ha dedicato lo scorso dicembre il settimanale Chi, perché pubblica accusa nel processo Ruby e in passato nei processi Sme e Imi-Sir: anche in questo caso il pedinamento della toga ha prodotto solo denigrazione. Ai due magistrati, che continuano il loro lavoro, è andata meglio di alcuni giornalisti: Enzo Biagi e Michele Santoro, “espulsi” dalla Rai con l’editto bulgaro del 2002. E tornati in televisione dopo anni di relegazione. Stessa sorte, come si sa, per Daniele Luttazzi. Quasi totalmente sparito.  

Giornalisti o comici o magistrati sono bersagli più facili di un senatore a vita o di un economista di statura internazionale, ma il Cavaliere – che sembra guadagnare voti giorno dopo giorno e solo i risultati delle elezioni ci diranno se è così – è convinto di poter riavere il governo d’Italia e ha sempre dimostrato di avere la memoria lunga