In quegli occhi di una sincerità disarmante, ci sono le istantanee di una vita alla quale ha chiesto tutto. Si porta appresso la bellezza e le cicatrici come se fossero un paio di jeans. Benedetta Mazzini è una donna alla quale non si può chiedere più di quello che abbia già fatto: la modella, il cinema, da Pieraccioni a Monicelli, il teatro, la tv di X Factor e una lunga serie di programmi scritti, condotti e ideati da lei, fino al format più interessante e diverso dagli altri che è stato “Africa Benedetta” su Rai 5. Poi è sempre scappata, con quell’irrefrenabile paura di annoiarsi. E se non ti accontenti del pareggio e vuoi passare davanti ai box della vita a duecento all’ora devi mettere in conto tutto. Lei non ha conosciuto il padre, Virgilio Crocco, inviato speciale del Messaggero: morì investito da un’auto nel Wisconsin, “avevo 2 anni, non lo ricordo per quanto mi sforzi di frugare nella memoria”. E non è l’unico incidente a segnarle la vita.

HA 23 ANNI QUANDO con un agosto carico di lavoro (“stavo tornando a Roma per finire il mio primo film, hanno dovuto rigirare le scene dove c’ero io”), si trova in un letto d’ospedale a Senigallia. “L’auto era in un burrone, io dentro e senza possibilità di muovermi. Il mio cane morto. Ho aspettato che qualcuno si accorgesse di me per cinque ore. Il camionista che si era addormentato e mi aveva mandato fuori strada, non si era fermato. Parlo con i medici e mi dicono che avrebbero dovuto amputarmi una gamba, poi che non avrei più camminato. Un anno e mezzo di ospedali, quattro interventi, però mi sono ripresa la mia vita. Fragile lo sono, ma se è il momento di stringere i denti ne sono capace”. Uno sforzo, quello di rialzarsi, arriva un’altra volta due anni dopo, quando se ne va suo nonno, Giacomo Mazzini, quel papà che non aveva avuto e dal quale ha voluto il cognome, Mazzini. Poi, otto anni fa muore anche la nonna, Regina. “Era la matriarca, e io in ginocchio”.

Nel mezzo c’è tutto il resto. Compreso il fatto di essere la figlia di Mina, di assomigliarle come una goccia d’acqua. “Questa è una cosa che mi hanno sempre cucito addosso. Mia madre è la mia mamma, punto e basta. La persona alla quale voglio più bene al mondo, il mio punto di riferimento. Quella che mi consiglia, sul lavoro come nella vita quotidiana, la spalla su cui piangere e quella su cui sorridere. Ho fatto una strada, l’ho percorsa, talvolta ho sbagliato e sono tornata indietro. E Mina era lì, ma a fare la mamma, senza giudicare”.

Benedetta Mazzini a X Factor

La casa, in una giornata stranamente soleggiata per la Milano di gennaio, è un cassettone pieno di ricordi. Più che piena, è colma. Libri, film, fotografie, dischi, cd. “Mi porto qualcosa da ogni viaggio”, dice. Scrivere e viaggiare, sono le cose che le danno maggiori soddisfazioni. Il cinema c’è stato, accidenti. Nel “Ciclone”, uno dei film che ha incassato di più nella storia del grande schermo italiano, tra le scene memorabili c’è la sua. “Vorrei fosse sempre buona la prima, un fatto di adrenalina. Quella sera non ne andava dritta una. Eravamo tutti a Firenze. Mi chiamano per la scena al ristorante che sarà stata l’una di notte. Io ero con amici, mi vengono a prendere. Via al trucco. Devo dare uno schiaffo a Tosca D’Aquino e lei deve cadere dalla sedia. Ma non cade. Allora mi avvicino e le dico: vado più forte. Vai, vai, mi risponde. Le mollo uno sganassone che vola di un metro. Il giorno dopo le mandai un mazzo di fiori”. Buona quella, ma non è ancora la sua strada. “Per fare il cinema devi abitare a Roma e ti devi far vedere nei posti giusti e dalle persone giuste, poi andare a casa e aspettare una telefonata o un provino. E nella mia vita non c’erano né Roma né i cosiddetti posti giusti. Si rifugia a teatro, sembra la sua via.

“BELLO IL RAPPORTO, non puoi permetterti di sbagliare, non ci sono scene da rifare all’infinito. E il giudizio è immediato e il rapporto con il pubblico è immediato, quella cosa che si chiama calore”. Ma il raggio di luce arriva 15 anni fa, quando per la prima volta è arrivata in Africa. Quel diaframma che si apre, come quando ascolti una canzone di Mina che sale a tre ottave e mezzo, lei lo sente atterrata per la prima volta in Africa, quindici anni fa. Le stravolge la vita, un tumulto quei paesaggi e la natura.

Oggi Benedetta, dopo aver fatto quasi tutto, ha trasformato la sua passione in lavoro. Ma non chiamatela agenzia di viaggi, è proprio un’altra cosa. Se cercate un movente, lo ritrovate nei suoi occhi. “Io cerco di trasmettere agli altri quello che l’Africa ha trasmesso a me”. In questo c’è la Benedetta fanciulla, quella che ti fa ascoltare una canzone e ti chiede di amarla quanto la ama lei. “Sì, cerco di confezionare viaggi su misura. Tra la Tanzania e la Namibia e tutta l’Africa, dall’altra parte del mondo e in un altro mondo. Porto le persone a conoscere popoli con usanze e costumi diversi, dai Maasai ai Boscimani, dove devono capire che non sono al cinema, ma ospiti di persone con una loro sconfinata cultura. E una dignità. Cerco di capire se è la cosa giusta per il cliente. Non è facile come esperienza e non per tutti risulta appagante . Come quando fai walking safari con i turisti e può capitare, seppur in casi rarissimi, di trovarti un leone o un elefante. Ti passa tutta la vita davanti, ma guai a muoversi. La regola d’oro in Africa è non correre, sei finito, non riporti a casa la pelle”.

Un po’ come a teatro, buona la prima. La sua società organizza eco safari e si chiama Wild Places Safaris. É quasi pronto il sito internet. Turisti che abbiano la voglia che ha lei di bersi il bicchier d’acqua tutto d’un fiato, perché non vai a Disneyland, ma in un altro mondo. Perché è il mondo di Benedetta, consapevoli che dovete prenderla a duecento all’ora, altrimenti vi sfugge via.

da Il Fatto Quotidiano del 15/01/2013