Un tema che dovrà avere la priorità per il rilancio morale ed economico è la riforma della giustizia civile. I tempi lunghi per le cause civili (appena un po’ meglio va per i processi penali) amputano il diritto alla giustizia che è il fondamento dell’ordine politico e sociale.

Nel nostro Paese il tempo medio di attesa per il corso di una causa civile è di poco superiore ai 4 anni, in media il doppio rispetto a Francia, Gran Bretagna e Germania. Negli ultimi cinque anni (2012 escluso) l’Italia figura al primo posto in Europa per i casi pendenti, in altre parole siamo il Paese con il maggior numero di persone in attesa di una sentenza definitiva.

Non sono mancati provvedimenti volti ad alleggerire la situazione: nel 2009 è stato istituito il processo sommario di cognizione in alternativa al rito ordinario, sono state introdotte sanzioni contro chi causa l’allungamento del processo, è stata varata la mediazione civile per favorire la conciliazione extragiudiziale. Stando alla crudezza dei dati, i provvedimenti non hanno sortito gli effetti sperati.

Nel 2012 l’intervento più ambizioso è stata la miniriforma del processo civile, approvata nell’estate, sempre con l’intento di accorciare i tempi del giudizio. Uno dei provvedimenti chiave è il controllo preventivo, assegnato ai giudici, sui ricorsi in appello per le sentenze di secondo grado. In sostanza i ricorsi ritenuti inammissibili (prosaicamente senza speranza) non avranno un giudizio successivo, salvo la possibilità della parte di ricorrere in Cassazione. L’ultimo ministro della Giustizia, Paola Severino, ha stimato una riduzione del 20% dei processi di appello. Troppo breve il varo del provvedimento per valutarne l’efficacia, ma tiepida è stata l’accoglienza del Consiglio nazionale Forense che sottolinea l’impoverimento del sistema garantista, con il rischio di non alleggerire il lavoro dei giudici e di appesantire quello della Cassazione.

Alcune considerazioni si possono trarre: misure che sulla carta paiono andare nella direzione giusta si arenano di fronte alle procedure di attuazione, scontano l’insufficienza di mezzi a causa di profonde falle negli organici, soprattutto per la carenza di giudici e cancellieri. E’ prevalsa l’idea di riformare a costo zero risicando sui bilanci delle procure e sulle loro strumentazioni e trascurando l’investimento sulle risorse umane. Per lo Stato la giustizia costa, ma in questo caso sarebbe più corretto parlare di investimenti anziché di costi.

I costi, semmai, sono altrove. Sono i rimborsi ai cittadini che lo Stato rischia di pagare (Corte di Strasburgo e legge Pinto del 2011) per i processi troppo lunghi; è il costo alto delle spese giudiziarie che si deve accollare un cittadino per far valere le proprie ragioni causando l’esclusione dei meno abbienti da questo diritto.

Sul piano dell’economia reale: quanto tempo deve attendere una piccola o media impresa per potere esigere i suoi crediti? Quanto incidono i crediti inesigibili sui bilanci? Su questo fronte le imprese del crimine offrono i propri servigi (usura e riscossione crediti) incuneandosi sempre di più nel tessuto economico. Le economie mafiose – come mostrano Veltri e Laudati nel loro libro Mafia pulita – sono la prima industria privata del Paese con mille miliardi di euro di patrimoni e, per le mafie, l’usura è una forma di acquisizione dei beni.

Chi ci osserva dall’estero non è attratto a entrare nel nostro mercato. In una fase di recessione economica gli investimenti provenienti dall’estero costituirebbero un volano importante per la nostra economia. Ma che attrattiva può avere, per un potenziale investitore, un Paese nel quale la giustizia funziona in questo modo?

Provvedimenti di intuitivo buon senso, inseriti in un quadro non compatibile sono destinati al rigetto. Occorre ripensare alla giustizia civile nel suo insieme, rifondarla, riscrivere con chiarezza le norme, ridefinire la procedure, investire sugli uomini e verificare come lavorano. I magistrati, ad esempio: si assumano in numero congruo alle necessità e si stabilisca un termine di tempo per accertare quante sentenze producono e quante di queste sentenze sono poi rovesciate dai giudizi successivi, senza ingerenze nei confronti del potere giudiziario, ma stabilendo semplicemente un principio quantitativo e qualitativo di funzionamento del servizio nell’interesse di tutti.

Oltre a una sistema giudiziario celere, il rilancio dell’economia dipende anche dalla volontà politica di ridurre drasticamente le 63.000 norme di deroga che segnano la mappa dei privilegi lobbistici in Italia (davvero istruttivo il libro del giurista Ainis, Privilegium). La casta dei politici è la punta di un iceberg, ma altrettanto numerosi sono gli interessi privati statuiti per legge che comprimono il funzionamento dei mercati (in modo simile alle antiche corporazioni) e penalizzano il livello dei servizi ai cittadini. Quando la tutela é il frutto di un mercanteggiamento tra politica e poteri economici, la protezione che ne consegue si riversa in una discriminazione verso tutti coloro – la stragrande maggioranza – che ne sono esclusi.  

Esiste una politica che assume l’interesse generale e resiste alle pressioni dei più forti? Ancora non si è vista, ma è indispensabile.