Vi riconoscete in questa storiella? Ci riguarda tutti. Siamo nell’immediato dopoguerra, tra macerie e tanta voglia di fare, quando si costruisce con tanto entusiasmo un palazzone di nuova concezione che occupa un pezzo di un grande e irregolare isolato (una penisola?) tra viale Adriatico, via Jonio e corso Tirreno, distribuito su ben venti scale. Negli scantinati e al piano terra prendono posto attività produttive, nei due ammezzati gli uffici e quindi, a seguire, parecchi piani di civili abitazioni di famiglie di tutte le generazioni.

Per organizzare al meglio la vita di questo condominio è stato redatto un documento fondamentale, il regolamento, che disciplina alcune funzioni essenziali: sicurezza, educazione e decoro, igiene, energia e servizi comuni, equa suddivisione delle spese e composizione delle liti. Per assicurare queste funzioni comuni, i condomini nominano in assemblea due figure che rispondono loro: l’amministratore di condominio e il portiere.

L’arredo degli spazi condominiali è piuttosto austero, ma decoro e pulizia vengono assicurati quotidianamente grazie alla riconoscibilità del responsabile. Alcune infrastrutture di servizio come gli ascensori funzionano solo con la monetina: per risparmiarla, nel caso, si fanno le scale a piedi anche se qualche furbo la recupera attaccandola ad un filo. Le altre spese comuni sono ripartite in base a precisi criteri: il portiere avvisa e l’amministratore passa a raccogliere mensilmente le quote. In caso di controversie tra i condomini, l’amministratore fa da paciere ovvero decide d’autorità e impone pure sanzioni per morosità o altri comportamenti contrari alla convivenza nel condominio.

In questa prima fase la vita dei condomini è piena di fiducia nel futuro: il costo del condominio è più che accettabile, i servizi comuni ci sono, i ragazzi giocano e crescono tranquilli nel cortile, molte famiglie riescono a migliorare sensibilmente il proprio tenore di vita e ad incrementare il proprio patrimonio mentre la mobilità sociale all’interno del palazzone e delle sue scale è assolutamente fisiologica e virtuosa. E’ a questo punto, però, che anche l’amministratore viene tentato dal salto di qualità, da aspettative di ritorni economici e di potere personali, probabilmente indotte dalla grande quantità di denaro che maneggia. Cominciano una serie di riforme con le quali, dietro la retorica dell’interesse pubblico, consolida e rafforza anche il suo consenso personale. L’uso dell’ascensore diviene libero e gratuito per tutti, condomini e non, mentre il costo (tendenzialmente maggiore per la maggiore usura degli impianti) viene ripartito -tra i soli condomini- in base ai rigidi criteri contributivi previsti dal regolamento. Ogni scala, al fine di “avvicinare l’amministrazione ai condomini”, inizia ad avere un proprio amministratore che risponderà funzionalmente alla nuova figura dell’amministratore generale. 

Vengono parimenti introdotte altre autorità: il sovrintendente del quadro elettrico generale, il commissario della caldaia, il controllore dell’antenna unica, il curatore degli spazi comuni e delle fioriere, ecc. A questo punto anche il portiere rivendica una ripartizione delle sue mansioni su altre figure a lui riportanti: nascono venti addetti alle pulizie delle scale che saranno affiancati ciascuno da un vice, venti incaricati dello smistamento della posta, ecc.

La crescita degli addetti alle funzioni comuni richiede spazi: l’amministratore rivendica un appartamento coerente con il prestigio del ruolo ricoperto al piano attico, di proprietà di altro condomino che trova peraltro vantaggioso affittarlo al condominio. Altro condomino riesce invece a far impiegare il figlio lavativo come contro-sotto-vice-capo-scala. E’ anche grazie a questi piccoli conflitti di interesse che cresce il consenso verso la casta degli amministratori mentre il continuo scaricabarile tra gli addetti ai servizi di interesse comune e le conseguenti lamentele dei condomini portano l’amministratore generale ad adottare nuove soluzioni come l’appalto delle pulizie ad una società esterna. Cresce anche l’infedeltà di questi nuovi amministratori più volte colti a far la cresta.

Per far fronte ai nuovi costi e non aggravare oltre le quote condominiali, gli amministratori decidono di prendere soldi in prestito dalle banche e dagli stessi condomini che trovano allettanti gli interessi offerti. Agli inizi gli effetti di tale scelta sembrano positivi perché si ammodernano impianti e si fanno grandi manutenzioni, ma col tempo la situazione finanziaria si aggrava a tal punto che il debito supera di gran lunga il budget annuale mentre alla fiducia dei primi anni si sostituisce nelle famiglie la consapevolezza di aver imboccato un pericoloso declino.

Si fa fatica a pagare la quota di condominio anche perché deve tener conto del numero delle famiglie che non la pagano per difficoltà oggettive oppure perché riesce quasi sempre a farla franca. La rassegnazione è grande e sembra che il futuro non possa essere diverso dalla perpetuazione del presente, dal riaccendere ad ogni assemblea per il rinnovo delle cariche condominiali speranze puntualmente disattese, qualunque sia il colore oppure la provenienza degli amministratori, da destra come da sinistra, da nord come dal sud.

Quei ruoli nati per assicurare funzioni essenziali alla civile convivenza tra i condomini liberi e sovrani sulla propria vita hanno ormai nel tempo preso il sopravvento, vivendo di vita propria rispetto alle esigenze originarie per le quali erano nati, come un cancro, come un parassita che minaccia e divora lentamente la vita dell’organismo in cui si è insediato. Non mancano infatti i suicidi.

Il 24 e 25 febbraio prossimi viene convocata in anticipo una nuova assemblea per rinnovare gli amministratori. Poche le novità: si prospetta soprattutto una nuova stangata parametrata al patrimonio delle famiglie mentre chi può, spesso i migliori, fugge e va a vivere altrove.

Un gruppo minoritario di condomini ricorda bene come tutto ciò sia cominciato e propone una ricetta efficace e rigorosa per fermare il declinovendere diritti condominiali come quello allo sfruttamento pubblicitario delle facciate per ridurre il debito a livelli fisiologici, tagliare quella spesa condominiale fatta di costi improduttivi e di sprechi, ridurre l’autoreferenziale ed elefantiaca amministrazione condominiale ai servizi che veramente servono e che non possano essere più efficientemente svolti dalle stesse famiglie e imprese presenti in questo ovvero in altro condominio. Riusciranno a vincere l’assuefazione mentale di tanti condomini e l’attività di distrazione di massa dei media condominiali così poco indipendenti e professionali?