Costa concordiaL’immagine dell’Italia all’estero è anche la “Costa Concordia”. Nell’immaginario collettivo siamo naufragati anche noi tra gli scogli del Giglio e poi rimasti in secca proprio come l’imponente nave da crociera. Quella nave ci rappresenta meglio di qualunque metafora, anzi è lo specchio della storia più recente del Belpaese, può aiutare a spiegare perché un “sogno galleggiante” si è trasformato in un relitto immobile, paurosamente sbandato, e sempre in bilico sul punto di affondare.

“Costa” prima di essere un marchio è il nome di una famiglia genovese che a partire dall’Ottocento in tre generazioni con la genialità e la capacità di lavoro che contraddistingue l’essere italiani, aveva creato un impero economico, prima con il commercio dell’olio, – chi non ricorda il marchio “Dante”? – tra i primi a conquistare i mercati di Argentina e Stati Uniti e poi con le crociere. L’intuizione fu, già negli anni Sessanta, di inventare una nuova forma di turismo, gli armatori liguri compresero che l’era dei transatlantici volgeva al tramonto, e diedero vita a navi come città galleggianti, grandi quanto basta da economizzare i costi, ma capaci di vendere una settimana nel Mediterraneo o ai Caraibi. La crociera ha incarnato uno dei sogni del boom economico. Ma i Costa prima di essere un’impresa erano una famiglia, sino agli anni Ottanta i loro interessi erano racchiusi in una società di persone (non una Società per azioni) e ciò voleva dire che i soci rispondevano illimitatamente dei debiti dell’azienda con i loro patrimoni personali. Il successo del viaggio di ciascuna nave poteva essere la fortuna o la rovina;  l’azienda rappresentava di per se stessa un valore irrinunciabile da curare e conservare così come la coesione e l’unità familiare e la fede cattolica. Una sorta di “capitalismo familiare” che nel bene e nel male portava con sé anche una forte solidarietà nei confronti dei dipendenti e della società stessa. Il fine era pur sempre il profitto, ma non ad ogni costo.

Il tessuto industriale italiano si è fondato su questi valori, sono state queste famiglie, come gli Agnelli, i Ferrero, i grandi marchi della moda, Valentino, Versace, Gucci a renderci famosi e riconoscibili nel mondo, a creare il mito del “made in Italy”. Poi cosa è successo? La nuova era ha globalizzato i mercati, ha spersonalizzato le aziende, gli ha tolto l’anima, ha dato vita alla speculazione fine a se stessa, ai giochi di borsa, così lontani dalla creazione della ricchezza che viene dal lavoro duro e dall’ingegno. Il nostro capitalismo familiare non poteva reggere, i  grandi marchi sono stati quasi tutti venduti alle multinazionali, oggi si stenta a trovare qualcosa che sia veramente italiano! Una delle ragioni profonde della crisi e del perché a livello internazionale contiamo ormai così poco, è che di nostro c’è rimasto quasi nulla. Il tessuto di piccole e medie aziende che ancora ci rappresenta e assicura il lavoro lo stiamo massacrando tra tasse e burocrazia.

Così anche la “Costa crociere” è stata venduta al colosso statunitense Carnival. Il brand, nell’italianissimo nome,  porta il profumo di ciò che eravamo, ma italiano non è più. La gestione dell’azienda non è più quella paternalistica dei “Costa”, i quali prima di affidare una nave ad un comandante dovevano conoscerlo a fondo, intimamente, comprendere se lui, oltre che preparato tecnicamente, fosse un uomo capace di reggere la tensione e saper gestire e affrontare un naufragio, con il sacrificio della vita se necessario. E chissà se con loro Schettino sarebbe stato al comando della Concordia! O se l’ordine di chiamare i soccorsi sarebbe giunto prima, quando si doveva, per salvare più vite umane possibile.

Non lo sappiamo e non lo sapremo mai, sono solo congetture, ma mai come adesso, mentre il chiarore dell’alba del 13 gennaio si delinea alle spalle del relitto della Concordia, quella nave mi sembra rappresentare il nostro Paese, un grande sogno galleggiante che un comandante sbruffone ha mandato a scogli.