In una campagna elettorale dominata dai temi interni, sociali ed economici, piomba un’esplosione. Un’autobomba è saltata in aria a Tel Aviv, tra Menachem Begin street e Ze’ev Jabotinsky street, vicino al ministero della Difesa, ferendo sette persone. Dalla ricostruzione dei fatti, sembra che la macchina, una Mazda, sia stata fatta esplodere con un telecomando azionato da un motociclista di passaggio. La deflagrazione ha investito anche un autobus, che però per fortuna era vuoto.

Avrebbe potuto essere una manna per la campagna elettorale del premier Benyamin Netanyahu – le due strade, tra le più importanti della zona nord di Tel Aviv, sono intitolate ai “padri spirituali” del sionismo revisionista a cui il Likud fa riferimento – se non fosse che, dalle prime indagini della polizia israeliana, i palestinesi non c’entrano niente, né c’è alcun movente politico.

Obiettivo dell’attacco, infatti, sembra essere Nissim Alperon, uno dei nomi di spicco della criminalità israeliana. Alperon, scrive il quotidiano Haaretz, era sopravvissuto a un altro attentato, il settimo della sua “carriera” criminale, a giugno scorso, quando la sua auto era andata in fiamme, probabilmente per un altro ordigno, proprio davanti la sua casa del quartiere di Ramat Gan. Il boss era appena sceso dall’auto e secondo i racconti che i testimoni hanno riferito agli agenti, se fosse rimasto appena qualche secondo in più, l’attentato avrebbe avuto successo.

L’attentato di oggi è quindi il secondo in pochi mesi, segno che la lotta per il controllo del sottobosco criminale israeliano sta salendo di intensità. Il boss, hanno detto i testimoni agli agenti arrivati sul posto, si è allontanato a piedi dopo l’esplosione, facendo perdere le sue tracce. Alperon, 50 anni, è considerato dalle autorità di polizia l’erede ed il capo del network criminale costruito dalla sua famiglia, e in particolare da suo fratello Yaakov, ucciso a 53 anni in un attentato esplosivo il 17 novembre 2008, al trafficato incrocio tra Yehuda Ha Maccabi street e Namir Road, sempre a Tel Aviv, mentre tornava dal tribunale che lo stava processando per estorsione e minacce. I tentativi di uccidere Nissim, invece, sono iniziati nel 2000, con una moto-bomba piazzata vicino casa sua: il boss e cinque guardie del corpo rimasero ferite. Nel 2002 una delle sue guardie del corpo è riuscita a bloccare un killer che tentava di sparargli, mentre nel 2003 i sicari hanno fallito per due volte. Un’altra autobomba è stata usata contro di lui nel 2006, stavolta al suo autolavaggio, ma di nuovo Nissim, considerato uno dei gangster più pericolosi di Israele, è rimasto illeso. Nel 2007 i suoi nemici ci hanno riprovato, due volte: la prima sparandogli mentre era seduto in un caffé nel “suo” quartiere di Ramat Gan, la seconda cercando di sorprenderlo a casa. In questa occasione è stata la polizia israeliana a intervenire prima che l’attentato scattasse e a catturare uno dei sicari mandati per ucciderlo.

Le indagini della polizia israeliana, secondo copione, si concentreranno verso i nemici storici degli Alperon, altre due famiglie di spicco della criminalità israeliana, gli Abutbul e gli Abergil, il cui capo, Meir Abergil, è rientrato in Israele nel 2011, dopo essere stato rimesso in libertà con un patteggiamento da un tribunale della California, dove era stato condannato nel 2008 per vari reati, tra cui traffico di droga (ecstasy in particolare e riciclaggio di denaro sporco). Sono alcuni tra i reati di cui è sospettata anche la famiglia Alperon, che aggiunge anche un consolidato sistema di estorsioni, a quanto pare affidato soprattutto ai più giovani affiliati del clan.

“Israele sarà diventato un paese normale quando ladri e prostitute faranno i loro affari in ebraico”: è una delle frasi storiche, forse apocrifa, attribuita David Ben Gurion. Probabilmente, però, il padre fondatore di Israele, non sarebbe fiero di vedere come la criminalità israeliana cerca di regolare i propri conti.

di Joseph Zarlingo