Elio Petri aveva un vantaggio, l’Italia che ha raccontato era tragica, e poteva dunque (perlomeno) vantarne la violenta dignità. Oggi che la tragedia sta sconfinando nella farsa, la realtà stessa sottrarrebbe a Petri una delle sue intuizioni primarie; l’involontaria e traballante comicità del potere. 

Pensate al Gian Maria Volontè di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto,  sofisticato aguzzino (sopraffatto e mostrificato  dalla sua necessità/ossessione  di  regole e giustizia) e al contempo  cartone animato, incatenato alle voluttà di potere, ricchezza e lussuria.  Da questo continuo bilanciarsi fra il drammatico e il comico, e dallo “sfregarsi” della vita che vorremmo con quella che abbiamo, nasceva la sua intuizione; il potere ci ammazza, e al contempo fa ridere.

Ed è proprio dalla spaventosa rivalsa della contemporaneità che, non solo ha dato “ragione” alle previsioni di Petri, ma le ha in ogni modo oltrepassate, che nasce l’esigenza di un libro sul suo cinema. Petri ha avuto così ragione da essere dimenticato o, quantomeno, sottovalutato e derubricato a “regista politico”, ma capolavori come Todo Modo e La decima vittima dimostrano come la lucida visionarietà di Petri sia riconoscibile ed efficace a prescindere dalla storia su cui posa il suo sguardo e dalla sua, più o meno riconoscibile, “politicità”.

Forse un po’ di giustizia verrà fatta domani alle 19. 45, quando  L’ultima trovata (Pendragon editore)  il volume di Diego Mondella  su Elio Petri,  verrà presentato al Cinema Lumière della Cineteca di Bologna (Piazzetta Pier Paolo Pasolini, 2/b – ingresso da via Azzo Gardino, 65).  Nella stessa giornata, interamente dedicata a Petri, verranno proiettati tre suoi titoli, alcuni dei quali recentemente restaurati dalla Cineteca di Bologna, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino.

A Mondella stesso, critico e studioso di cinema, chiediamo come è nata l’esigenza di questo volume

“Il volume è una monografia a più voci su uno dei più geniali autori del nostro cinema, purtroppo dimenticato da gran parte della critica italiana. L’idea di dedicare un libro a Petri e al suo cinema “d’avanguardia” è nata un paio di anni fa, ma in realtà il progetto lo avevo in mente da molto tempo, diciamo da una decina d’anni circa e cioè da quando ebbi la fortuna di incrociare sulla mia strada di studente di cinema all’università il grande sceneggiatore Ugo Pirro. Fu in occasione di una lezione di sceneggiatura e della proiezione di “La proprietà non è più un furto” di Petri: rimasi quasi stregato da quelle immagini così potenti e surreali, che non assomigliavano a nulla di quanto avevo già visto prima.

La scelta e l’assegnazione dei contributi ai vari autori è stata sicuramente la parte più impegnativa ma anche la più stimolante. Mi piaceva coinvolgere non soltanto studiosi ed esperti del settore, ma anche scrittori e giornalisti che, in nome della loro passione e ammirazione per questo artista, hanno aderito con grande entusiasmo. Nel libro, infatti, intervengono anche Andrea Bajani, Roberto Cotroneo e Gaetano Savatteri”.

Qual è l’ attualità di Petri, oggi?

“Perché  se ne sente terribilmente la mancanza.  In questi trent’anni che ci separano dalla sua scomparsa, sfido chiunque a trovare un autore che abbia avuto lo stesso coraggio e la stessa capacità visionaria nel rappresentare alcuni mali e difetti del nostro Paese.  Malgrado il parere di alcuni secondo cui i film di Petri risultano datati, io penso invece che quelle immagini siano quanto mai vive e presenti tra di noi. Proprio per questo ho voluto intitolare una sezione del libro “La sfida: Petri contemporaneo”. Capolavori come “Indagine” o “Todo modo” ci parlano del nostro tempo più di qualsiasi altro film d’autore di oggi. Petri non lo conosciamo affatto, perché su di lui è calata “una nuvola di ingiustizia” – come ha detto Bertolucci. È stato totalmente rimosso e le sue pellicole sono state inspiegabilmente oscurate.

Credo che vada ricordato non soltanto come regista “politico”, un’etichetta limitativa che gli è stata affibbiata per troppo tempo, ma come un artista completo e un intellettuale dotato di un pensiero innovativo e profetico. Oltre ai suoi film bisognerebbe far circolare i suoi scritti inediti, che sono davvero straordinari per la loro attualità”.

I suoi film più azzeccati?

“È molto difficile per me fare una classifica. Posso dire però di amare particolarmente i suoi esordi, “L’assassino” e, soprattutto, “I giorni contati”, con un superlativo Salvo Randone nel ruolo di protagonista. La trovo una storia talmente universale che andrebbe bene anche per i giorni nostri, e poi qui Petri riesce a mescolare dramma e leggerezza come forse in nessun altro dei suoi film”.

Su cosa si soffermerebbe, oggi, lo sguardo di Petri?

“Credo che Petri soffrirebbe molto nel constatare che la realtà italiana non è poi così diversa da quella di trenta o quarant’anni fa. Il malcostume della politica e dei suoi rappresentanti, le storture del potere, le incrostazioni ideologiche, le condizioni precarie dei lavoratori e certe nevrosi sociali sono tutti aspetti che appartengono al DNA di questo paese e che Petri aveva raffigurato o addirittura previsto con largo anticipo rispetto ai tempi”.

Ha eredi nel  cinema contemporaneo?

“È una domanda legittima che ho posto a quasi tutti coloro che ho intervistato nel libro: da Carlo Lizzani a Marco Risi, da Roberto Faenza a Mariangela Melato. Purtroppo l’unicità di Petri, per la carica eversiva e il tono eccessivo e grottesco dei suoi film, non ci consente di individuare dei veri e propri eredi. Sorrentino e Garrone hanno dimostrato alcuni tratti in comune che fanno ben sperare per il futuro, ma ripetere o anche soltanto avvicinarsi al rigore morale del cinema di Petri non sarà un’impresa facile per loro”.