Sono in scadenza gli impegni presi dal Governo per l’emergenza Nord Africa e come Cnca temiamo il disinteresse delle istituzioni. E’ per questo che oggi voglio riportare l’attenzione su una questione che considero fondamentale. Lo faccio invitandovi a leggere la Lettera da Lampedusa, una lettera collettiva rivolta a tutti noi. A ciascuno risuonerà in maniera differente perché «metà della parola appartiene a chi la ascolta». Quello che risuona in modo più forte per me è l’incontro con la gente di Lampedusa: il sindaco, il sacerdote, le organizzazioni che qui si impegnano, ma soprattutto la gente comune. Questa lettera è in primo luogo un’espressione di vicinanza e di ringraziamento agli abitanti di quel briciolo di terra spersa nel nostro mare.

Il 29 settembre scorso, 19 donne e uomini provenienti da tutta Italia hanno scelto di andare a vedere il mare e a toccare la terra dove sono approdate migliaia di persone. Poi di scriverci. Sono una piccola rappresentanza degli operatori e dei volontari che costituiscono i 250 gruppi del Cnca.

“I giorni più difficili sono stati quelli dei primi mesi del 2011 quando, per giorni, sbarcavano quasi mille persone ogni notte e il Centro era chiuso: arrivarono 4.800 persone in quattro giorni. A Lampedusa mancano le strutture adeguate, a cominciare dai bagni pubblici: 400 furono ospitati nella parrocchia, molti altri in strutture alberghiere e in case della gente per potersi lavare e avere ristoro. Sono state le famiglie e i cittadini a rispondere.”

Poi, è avvenuto lo sbarco più drammatico. Era l’8 maggio.

Ogni volta, i migranti ci scuotono. Forte. Come scosse telluriche nella notte. Perché spesso arrivano quando è buio. Mettono in crisi la nostra comodità invitandoci ad uscire fuori dalle nostre case, lungo le strade, sulle spiagge. Ci chiedono indirettamente di condividere il poco che abbiamo. Questa è la Lampedusa che non viene raccontata…“Esserci in quei momenti, per noi lampedusani, vale più di ogni parola, ma dopo l’accoglienza immediata cosa c’è?”

Queste visite non annunciate, sono destabilizzanti. Bauman, in Cose che abbiamo in comune, scrive: «nell’epoca dei telefoni cellulari possiamo scambiarci con gli amici messaggi anziché visite, e tutte le persone che conosciamo, o quasi, sono costantemente online e in grado di annunciare con debito anticipo l’intenzione di venirci a trovare. Per questo motivo l’inaspettato scampanellio della porta o del citofono rappresenta un evento straordinario, talvolta annuncia un potenziale pericolo». Già. Soprattutto nelle grandi città, suonare a casa di qualcuno è diventato un atto che solo in pochi osano. Invece, come ha detto don Stefano, raccontando quello che non viene raccontato “la gente di Lampedusa ha salvato la faccia all’Italia di fronte alla comunità internazionale”.

I gesti silenziosi di una comunità sono per tutti noi una presa di consapevolezza importante. E’ da qui che parte il Cnca nel suggerire la direzione per una politica dei diritti e delle prospettive nuove. Perché si parla di una questione fondamentale per una società civile: del pieno diritto di uomini, donne e bambini a essere accolti. Perché dopo un naufragio non si vede più nulla. Solo il mare. E l’attenzione scema.

“A differenza di un terremoto, dove ci vengono mostrati cumuli di macerie, corpi sepolti, mezzi di soccorso che accorrono, il pianto dei parenti e poi le bare allineate, quando c’è un naufragio non si vede nulla. I barconi vengono inghiottiti, i parenti non si vedono perché sono altrove, i cadaveri per giorni arrivano a riva o s’impigliano nelle reti dei pescatori.” Ha raccontato Giusi Nicolini, sindaco dell’isola, per poi concludere così: “In tutto questo abbiamo imparato che davvero siamo tutti sulla stessa barca”.

A me invece torna in mente l’affermazione del rappresentante di un’Ong tunisina incontrato a Napoli: «Le madri tunisine non danno più pesce da mangiare ai loro bambini da quando, qualcuno dei fratelli più grandi, è partito per Lampedusa e il suo corpo è sparito in mare».