La polemica tra Ostellino, Befera e la piccata replica di de Bortoli su Il Corriere della Sera affrontano un tema di straordinaria importanza per il futuro: il rapporto tra fisco e libertà. Come denuncio da oltre un anno, questo Paese deve affrontare seriamente due grandi riforme se vuole realmente allinearsi con gli altri paesi e se intende garantire un sistema credibile di tutela dei diritti: la giustizia ed il fisco. Invece, salvo rare eccezioni, lo squallido dibattito politico ruota intorno a Imu (una parte infinitesimale del dibattito) e amnistia o meno per i carcerati che vedono i propri diritti umani violati.

L’impressione è che i principali contendenti (Bersani, Berlusconi e Monti) non abbiano alcuna intenzione di occuparsene, così certificando il nulla che hanno già compiuto al riguardo durante i loro mandati (vuoi come premier o come leader di partito).

La situazione è invece di straordinaria gravità ed è bene che ci sia una presa di coscienza collettiva. Non è in discussione come in Italia trionfi l’illegalità (ma è ben più grave l’illegalità di Stato, ossia quella che io chiamo la legificazione di norme palesemente illegittime e contrarie ai principi fondamentali di diritto oppure la prassi radicata dei tribunali di interpretare e applicare la norma in modo difforme rispetto alla ratio legis) e dell’evasione fiscale. Evasione fiscale che ha sottratto il futuro alle generazioni e che è devastante, economicamente ma anche per la coesione sociale perché avvantaggia gli evasori, dotati di maggiori risorse rispetto agli altri. L’evasione è illegale ed immorale.

E’ però ingannevole far credere – come ha fatto Monti – che l’evasione sia il problema sul quale debba ruotare la rinascita del Paese. Per essere credibili occorre invece tagliare spesa parassitaria, costi della politica e aggredire l’illegalità delle mafie, la corruzione e la concussione, recuperare i grandi capitali evasi. Fare emergere centinaia di miliardi. Invece il miope ‘salito in politica’ ha aggredito esclusivamente la classe media (forse il 70% degli italiani), tosandola come una mandria di pecorelle.

Il redditometro è solo l’epilogo di tale percorso. Basta leggere il decreto: la summa juris di uno Stato autoritario. Di difficile comprensione, così che ogni contribuente dovrà avvalersi dell’opera di un commercialista o di un fiscalista per comprenderlo e per decifrarlo senza cadere nella trappola di incorrere in un accertamento, pur essendo un contribuente onesto. Invece di riscrivere un patto tra contribuenti e fisco fondato sui principi di proporzionalità, semplicità, ragionevolezza, trasparenza, terzietà (dalla Giustizia tributaria sino alla c.d. mediazione tributaria) e legalità. Veniamo al c.d. redditometro fondato sulla scannerizzazione della condotta di una persona e sulla presunzione di colpevolezza.

Il D.M. Economia 24 dicembre 2012 (in Gazzetta Ufficiale 4 gennaio 2013, n. 3) ha individuato il contenuto induttivo degli elementi indicativi di capacità contributiva (ossia la spesa sostenuta dal contribuente per l’acquisizione di servizi e di beni e per il relativo mantenimento) sulla base del quale può essere fondata la determinazione sintetica del reddito complessivo delle persone fisiche. Le voci (ora oltre 100 suddivise in 7 grandi categorie) del nuovo c.d. “redditometro 2.0″ sono state aggiornate dopo uno studio di circa 3 anni, e comprendono abbigliamento, abitazione, generi alimentari, animali domestici, assicurazioni, attività sportive, istruzione, mezzi di trasporto, spese sanitarie. L’Agenzia delle Entrate estende la platea dei contribuenti dai 4 milioni dei professionisti (con gli studi di settore) fino a comprendere tutte le famiglie italiane.

L’Agenzia delle entrate determina il reddito complessivo accertabile del contribuente sulla base:
a) dell’ammontare delle spese che risultano sostenute dal contribuente;
b) della quota parte, attribuibile al contribuente, dell’ammontare della spesa media ISTAT riferita ai consumi del nucleo familiare di appartenenza;
c) dell’ammontare delle ulteriori spese riferite ai beni e servizi nella misura determinata considerando la spesa rilevata da analisi e studi socio economici;
d) della quota relativa agli incrementi patrimoniali del contribuente imputabile al periodo d’imposta;
e) della quota di risparmio riscontrata, formatasi nell’anno.

Il contribuente ha però facoltà di dimostrare un diverso ammontare delle spese attribuitegli o che il finanziamento delle spese contestate sia avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nel periodo d’imposta, con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile o da parte di soggetti diversi dal contribuente. Tuttavia la prova contraria del contribuente diviene diabolica e l’Agenzia rastrellerà soldi a raffica. L’uso dei dati desumibili dalla spesa media stimata dall’Istat potrebbe infatti diventare un ostacolo insormontabile per il contribuente.

Il trappolone è che il nuovo redditometro si applica per la determinazione del reddito sinteticamente attribuibile alla persone fisiche per gli anni 2009 e successivi. Sicchè dopo “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” avremo il nuovo racconto erotico di “Cento voci di spesa prima di rimanere svegli”.

Come farà il contribuente a produrre prova documentale di tutto ciò che ha movimentato la sua vita negli ultimi 3 anni? Chi conserva gli scontrini dei bar, ristoranti, parrucchieri, spese scolastiche, di trasporto etc.?

La libertà in Italia già vacilla e dopo il redditometro sarà ancor minore. Soprattutto non colpirà certo la grande evasione, quella rimarrà impunita. Ma forse questo è lo scopo non dichiarato.