Hugo Chavez non tornerà a Caracas il 10 gennaio per il giuramento da presidente rieletto. Per ora rimane nell’ospedale dell’Avana dove lotta contro le complicazioni post operatorie di un difficile intervento in zona pelvica. Ha detto questo Nicolas Maduro, il vice da lui designato. E l’ha confermato Diosdado Cabello, il tenente appena confermato alla presidenza del Parlamento, rivale di Maduro nell’ipotesi di una successione e, a differenza di Maduro, in rapporti non amichevolissimi con la famiglia Castro.

Appena incassata la riconferma alla presidenza del parlamento, incarico delicato perché in caso di nuove elezioni prima della fine del mandato spetta al presidente del parlamento governare fino al giorno del voto, Cabello è apparso pubblicamente insieme a Maduro, ostentando nei suoi confronti un’amorevolezza del tutto inedita. “Siamo compagni, siamo fratelli, siamo figli di Chavez. Chavez è stato eletto presidente e governerà dal 2013 al 2019, nessuno ne dubiti” sono state le sue parole pronunciate a reti televisive unificate.

Nel rinnovo delle cariche legislative la maggioranza chavista s’è presa anche le vicepresidenze del Parlamento. Neanche una all’opposizione, che ha il 40% dei 165 seggi dell’assemblea unicamerale. I tempi sono difficili e il governo non vuole correre rischi. Non è improbabile che, nelle riunioni chaviste all’Avana, si sia trovato un accordo con spartizione di ruoli tra i vari gruppi di potere al governo. La strategia è quella di non cedere terreno su nulla all’opposizione, cominciando dall’interpretazione delle norme costituzionali.

Decidere se il presidente rimarrà tale nonostante non si possa presentare il giorno previsto per il giuramento e se la sua debba essere considerata una assenza temporanea, spetta al Tribunale supremo di giustizia (Tsj), il massimo organo della giustizia venezuelana. Teoricamente, quindi, il futuro del Venezuela è nelle mani dei 32 giudici che lo compongono. Ma il Tribunale è a maggioranza chavista e dal 2003 non ha mai emesso una sentenza contraria agli interessi del governo. Celia Flores, procuratrice generale della repubblica e moglie del vicepresidente Maduro, ha definito la riunione del Tribunale, prevista in settimana, “una semplice formalità”.

Il Tsj, i cui componenti sono designati dal Parlamento, è diviso in varie sezioni. Quella che dovrà esprimersi su Chavez, la sezione costituzionale, è composta da 7 magistrati ed è presieduta da Luisa Estella Morales Lamuño, presidente della Corte. Il Tribunale ha cambiato struttura e ruolo nella vita politica venezuelana dell’era chavista. Fino al 2003 era composto da soli 20 magistrati, la maggioranza dei quali radicalmente ostili a Chavez. Dopo il colpo di stato dell’11 aprile 2002 e lo spettacolare ritorno al potere del presidente la notte del 13, il Tribunale supremo liberò 4 militari golpisti imputati di sedizione.

Chavez gridò: “Noi non ci conformeremo a questa decisione, ora arriverà un contrattacco del popolo e delle istituzioni genuine di questo Paese. Questi giudici non hanno morale e si dovrebbe pubblicare un libro con le loro facce perché il popolo li riconosca”. Un anno dopo arrivò la Legge organica che aumentò da 20 a 32 il numero dei giudici della Corte suprema, assicurando così una maggioranza automatica al chavismo che, controllando il parlamento, controlla anche la nomina dei giudici e, conseguentemente, le loro decisioni.