Gérard Depardieu, stretto in un vestito russo tradizionale multicolore, che posa dinanzi ai fotografi in Mordovia (ma chi sapeva che esistesse una repubblica con questo nome nella Federazione russa?), è uno dei must iconografici di questo inizio d’anno. L’attore è in tournée a Mosca e dintorni per gridare al mondo le ingiustizie della sua Francia, che ha deciso di tassare i super ricchi, lui compreso. Da Vladimir Putin ha ricevuto l’ambito passaporto russo, che gli consentirà di sfuggire alle nuove imposte volute da François Hollande. Intanto a Parigi,  poco più di una settimana fa, la Corte costituzionale aveva bocciato la discussa e criticatissima tassa, che ha introdotto un’aliquota del 75%, su tutti i redditi personali annui oltre il milione di euro. Per ragioni giuridiche, ma è stato uno schiaffo niente male per una delle misure simbolo promesse da Hollande già in campagna.

In Francia c’è già chi fa notare che forse non valeva tanto la pena incaponirsi su quell’imposta che al fisco porterà «appena» 210 milioni di euro di risorse aggiuntive all’anno, mentre i ricchi sono già stati colpiti da altri aumenti di tasse (al livello della patrimoniale, che in Francia esiste, senza contare il ritocco verso l’alto dell’aliquota sui redditi compresi tra i 150mila euro e il milione). Il Governo del socialista Jean-Marc Ayrault, spalleggiato dal Presidente, in realtà, non sente storie: ha già fatto sapere che andranno avanti. Riproporranno l’imposta sui super ricchi in modo tale da tenere conto delle critiche della Corte costituzionale. François, per favore, vai avanti! Non è per guevarismo o per sterile frustrazione contro un nugolo di miliardari. E’ che le «misure simbolo» hanno una loro importanza, soprattutto nell’Europa di oggi, dove la sinistra al potere (quando c’è, raramente) ha sempre meno margini di azione per fare politiche di sinistra, viste le ristrettezze di budget imposte dall’Europa e soprattutto dai mercati con la emme maiuscola.

Pur essendo indebitata meno dell’Italia, anche la Francia è ostaggio dei richiami all’austerità. Hollande lo ha vissuto sulla propria pelle, con una Finanziaria che per il 2013 annuncia tagli quasi a 360 gradi, dove il quasi si riferisce ai pochi settori risparmiati, come la scuola (e quella, la volontà di preservare i finanziamenti all’istruzione, è già il segnale di una politica di sinistra…). Hollande ha dovuto anche varare generosi sgravi fiscali per le imprese, riesumando in pratica sotto nuove spoglie una misura presa alla fine del suo mandato da Nicolas Sarkozy. Perché la deindustrializzazione della Francia va frenata. E non è un problema di sinistra o di destra. E’ semplicemente un problema. E’ la globalizzazione, bellezza.

Alla fine è proprio sul piano fiscale, della distribuzione del carico delle imposte sui vari strati sociali che ormai un Governo in Europa può mostrare se è di sinistra o di destra. Sarkozy, da parte sua, privilegiando i ceti più abbienti, aveva fatto capire da subito, dopo essere stato eletto, nel 2007, che era uno di destra, se qualcuno non l’avesse ancora capito… Hollande ha invece riorientato il sistema aggravando il peso decisamente sulle famiglie più facoltose. La tassa sui super ricchi è solo una delle misure del pacchetto, ma certamente la più simbolica. E’ anche quella che forse ha fatto vincere Hollande. Come ha raccontato in un’intervista al fattoquotidiano.it Olivier Faure, spin doctor della campagna di Hollande, quando il candidato di sinistra, un mese e mezzo prima delle elezioni, tirò fuori quella carta, si conquistò un distacco importante rispetto a Sarkozy. Ancora in questi ultimi giorni sei francesi su dieci si sono detti favorevoli all’imposta che ha trasformato Depardieu in un russo qualsiasi.

Se Hollande vi rinunciasse, diventerebbe ancora più simile agli altri. Nell’Europa della crisi dell’euro, dei vincoli generalizzati e degli obblighi dovuti, perderebbe una delle occasioni (rare, ormai) per fare qualcosa di sinistra.