Spuntano tra le strade di Barcellona come i funghi nei boschi. Ristoranti e locali gestiti da italiani, negozi con prodotti esclusivamente «made in Italy». Con un’ultima tendenza: punti vendita con merci di alta qualità aperti a Pedralbes e a Sant Gervasi, quartieri chic della capitale catalana dove respiri forte il modernismo di Gaudì e Berenguer. Così ad ogni nuova intersezione, nelle strade laterali o in quelle del centro cittadino, trovi un piccolo pezzo d’Italia.

I rapporti commerciali tra i due paesi sono fiorenti da tempo. Il saldo del 2011 si è chiuso a favore dell’Italia per poco più di duemila milioni di euro, secondo i dati della Camera di Commercio italiana per la Spagna.

Gli spagnoli sanno che il design italiano esercita ancora il suo appeal.

«Massimo Dutti» ed «Emidio Tucci» sono brand commerciali solo in apparenza nostrani, un nome e un cognome italiano aiutano le aziende iberiche – in questo caso due colossi: il Gruppo Zara del magnate Amancio Ortega e i noti magazzini El Corte Inglés – a vendere meglio i loro capi di abbigliamento.

Anche il taglio di capelli ha maggiore seduzione se l’acconciatore evoca nel nome e nella promozione l’Italian style. Così «Giuseppe Galli» è la denominazione giusta per il franchising spagnolo che ad ogni angolo di strada cura la messa in piega dei capelli.

La stessa filosofia vale anche per catene commerciali spagnole che operano in altri ambiti, nel settore alimentare innanzitutto. La Tagliatella è nome utile per sfruttare la fama culinaria tricolore. Richiami linguistici che aiutano, e molto, a far cassa.

Gli scambi commerciali sono ben vivi, si diceva, anche al tempo della crisi. Eppure, negli ultimi anni un manipolo di imprenditori con passaporto italiano ha inquinato interi settori dell’import-export con truffe concepite per danneggiare i produttori iberici e, con essi, indirettamente il buon nome degli industriali che operano correttamente. La pratica adottata è sempre uguale a se stessa: conquistarsi la fiducia pagando in contanti una prima fornitura, generalmente contenuta, fare successivi ordini per decine di migliaia di euro, non corrispondere il dovuto, rivendere -rapidamente e sottocosto– la merce. Infine eclissarsi. Per ricomparire poco dopo con una nuova azienda, con un prestanome nullatenente al vertice, e con una diversa sede, spesso dislocata da sud a nord per “ripulirsi” reinventandosi una finta verginità. Ne ha sofferto principalmente il settore dell’agro-alimentare. Ad esempio, il campo della macellazione: fino alla prima metà degli anni duemila parte consistente della carne consumata sulle nostre tavole proveniva da allevamenti spagnoli. Come pure il settore dell’olivocoltura: dalle tenute andaluse le aziende italiane importano grandi quantitativi di olive per estrarre l’extravergine.

Pochi impostori che riescono a minare la credibilità di un intero sistema produttivo. “Non è tutto oro quello che è luce” è espressione che funziona bene nelle due lingue, quella di Cervantes e quella di Dante.

di Pierluigi Morena Andrea Lupi