Un atto ignobile, non c’è che dire. Non è la prima volta, ma non per questo ci faremo l’abitudine. Un capannone bruciato in provincia di Latina, alcuni spari esplosi contro una pizzeria nel casertano. E già qualche fesso è pronto a giurare che si tratti dei residui dei festeggiamenti di fine anno. Ma, al di là del gesto, è il significato che deve far riflettere: si trattava di strutture in dote a Libera, l’associazione antimafia di Don Ciotti, non nuova a questi episodi intimidatori. Ancora più sconcertante è che il capannone in realtà ospita il cd. “Villaggio della legalità”. Ed ecco allora che l’attentato prende tutta un’altra connotazione: sa di sfida, dell’eterna guerra tra lo Stato e la mafia, tra il bene e il male. C’erano già riusciti nell’ottobre 2011, e poi ancora con attacchi in serie alle “terre” di Libera, con i roghi degli uliveti un tempo della mafia. Troppi episodi che non possono più definirsi coincidenze. È la firma della mafia, che vigliaccamente si riprende quello che lo Stato le ha tolto con uno dei mezzi più efficaci, insieme al regime del 41 bis, la confisca dei beni mafiosi.

E quelli come Don Ciotti rendono allo Stato un servizio unico, restituendo speranza alle terre di mafia.

Ma non solo. E’ sempre grazie a Don Ciotti, insieme alla rete di volontari, associazioni e cooperative che fanno capo a Libera, che molte terre, aziende, imprese locali, ma anche giovani ed intere comunità hanno conosciuto la speranza riprendendo a vivere dopo anni di accanimento mafioso.

Ancora, per tali vie la cultura antimafia ha preso la strada dell’Europa attraverso la creazione della “Freedom, Legality and Rights in Europe”, la rete di associazioni europee impegnate nella lotta alla criminalità organizzata, con lo scopo di esportare il modello italiano della confisca e del riutilizzo sociale dei beni sottratti alle mafie.

Gestire beni confiscati richiede sforzi enormi in termini di onerosità, di risorse, di dedizione e, soprattutto, di coraggio. Coraggio innanzitutto per lottare contro le difficoltà, la burocrazia, talvolta contro lo Stato e, poi, contro di loro. Loro che non si rassegnano, che non dimenticano e che, quando possono, colpiscono con una sentenza da tribunale “occulto”. Loro però non sanno di non essere liberi, perché libero è solo chi può scegliere il proprio destino.

E chi è libero, si sa, non piace alla mafia.