Come in molti ambiti, così anche in musica i giorni in coincidenza della fine/inizio di un anno segnano la pratica di uno sport abbastanza diffuso: quello dello stilare classifiche su quello che l’annata appena trascorsa ha offerto. Il 2012, in ambito musicale, è risultato essere non diverso da sempre, e cioè il solito mix di giovani promesse con debutti folgoranti e grandi vecchi che riescono a regalare ancora emozioni. Le più importanti riviste – The Wire, Blow Up, Les Inrockuptibles, Il Mucchio, Nme.. – e webzine – Pitchfork, OndaRock, Resident Advisor, FactMag.. – del settore hanno assegnato i loro podi.

Tra i nomi più chiacchierati e che hanno raggiunto un certo seguito anche presso un vasto pubblico, ci sono sicuramente gli Alt-J col loro “An Awesome Wave”. In un ibrido di folk ed elettronica, il gruppo di Leeds, qui all’esordio, ha segnato, almeno in fatto d’hype, l’intera annata. In tema di opere prime si sono fatti ben volere dalla critica il garage pop di Mac DeMarco, il post-punk velato di krautismi dei Diiv o dei Toy, l’elettronica balneare di John Talabot, l’esordio del cantautore francese Rover o l’elettro-pop di Grimes. Tra i dischi che hanno raccolto maggior consenso ci sono anche gli esordi di Kendrick Lamar – puro hip-hop sperimentale – e Frank Ocean – che naviga nel più moderno R&B.

In fatto di ritorni sulla cresta dell’onda, hanno ricevuto un’ottima accoglienza il terzo lp, intitolato “Bloom”, del duo di Baltimora Beach House, che gioca su atmosfere non distanti dal dream-pop di marca Cocteau Twins, il bis offerto dai Tame Impala col loro “Lonerism” intriso di spigoloso rock psichedelico nonché dei Japandroids con – titolo più che mai esemplificativo- “Celebration Rock”. Anche Dirty Projectors, Grizzly Bear ed Ariel Pink hanno confermato le aspettative di fan e critica.

Forse più di ogni anno però il 2012 verrà ricordato come quello dei grandi ritorni. “Psychedelic Pill” a nome Neil Young & Crazy Horse segna la nuova giovinezza country del cantastorie statunitense. E come lui la musa Fiona Apple, che è tornata lo scorso giugno sulle scene dopo diversi anni d’assenza con quello che è forse il suo disco migliore, ma anche gli Swans di Micheal Gira. “The Seer”, disco di oltre due ore di sinfonie rumoriste incensato praticamente ovunque, segna infatti uno degli apici della band americana, giunta qui al dodicesimo disco. Per non parlare della pura avanguardia di Scott Walker e del suo “Bish Bosch”, dei paladini del post-rock Godspeed You! Black Emperor, del funereo blues a tinte elettroniche di Mark Lanegan o il folk di Cat Power e Bill Fay. Oppure ancora i decani Bob Dylan e Leonard Cohen con due prove che non sfigurano nella loro chilometrica discografia. Altro atteso ritorno è stato quello della dark-wave dei Dead Can Dance con “Anastasis” dopo un silenzio di oltre tre lustri.

Anche sul versante elettronico e d’avanguardia è stata una annata decisamente positiva. Le testate segnalano i ritmi sghembi di Actress, la dark-ambient a nome Raime, l’ep “Kindred” di Burial che apre a sfumature uk-house. Ma anche l’lp diAndy Stott e la sua techno vellutata, Flying Lotus, l’impalpabilità cronica di Vladislav Delay, la techno che incontra l’industrial di Silent Servant e il suo “Negative Fascination”, oppure nomi più consolidati come Shackleton o Demdike Stare.

Ai bilanci segue però immediatamente l’attesa per le nuove uscite. In attesa di scoprire i debutti che faranno scalpore (anche se l’hype su qualche nome è già elevatissimo), fan e critica attendono con ansia la probabile nuova fatica dei Daft Punk, l’imminente disco dei Depeche Mode e Knife, gli Atoms For Peace (coinvolti Thom Yorke dei Radiohead, Flea dei Red Hot Chili Peppers e Nigel Godrich), Mia o Azealia Banks. Oppure ancora Arcade Fire, My Bloody Valentine, Nick Cave e tantissimi altri. Per sapere come verranno accolti, appuntamento al prossimo anno.