Avvocato in nome e per conto della ‘ndrangheta lombarda rappresentata, in questo caso, dal clan Valle-Lampada. Non un vero affiliato, ma un concorrente esterno certamente. Questo il ruolo con il quale Vincenzo Minasi è finito in carcere nel novembre 2011. Un anno e un mese dopo, quell’accusa, annotata in oltre 700 pagine di ordinanza cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari, viene confermata dal giudice Alessandra Simion che nelle motivazioni della sentenza (depositate il 17 dicembre scorso) così descrive il legale: “Gli elementi indicati attestano una serie di comportamenti consapevolmente finalizzati ad aiutare i componenti del contesto associativo, comportamenti che di fatto si rivelavano efficaci”. Condotte “che comprovano una chiara partecipazione esterna all’associazione ‘ndranghetista Valle-Lampada”. Risultato: quattro anni e quattro mesi di carcere. E una pena accessoria di non poco conto, soprattutto perché rivolta, per la prima volta, non a un semplice mafioso, ma a uno di quei professionisti che a Milano rappresentano quella zona grigia, utile ai boss per entrare in contatto con le istituzioni. Scrive, infatti, il giudice: “Deve altresì essere disposta la condanna di Vincenzo Minasi al risarcimento dei danni subiti dal comune di Milano in persona del sindaco Giuliano Pisapia” perché “le condotte ascrivibili all’imputato hanno sicuramente cagionato dei danni all’autorità comunale nella sua veste di ente rappresentativo della comunità insediata nel territorio ove operava l’indagato”. E ancora: “Ciò che si rileva è indubbiamente un danno relativo alle finalità statutarie attuate dal Comune di Milano e volte a impedire l’infiltrazione e il radicamento della criminalità organizzata di stampo mafioso sul proprio territorio, nei pubblici appalti, nonché volte a prevenire e contrastare i reati connessi alle associazioni di stampo mafioso, quali le usure e le estorsioni, per garantire la libera determinazione dei cittadini, lo sviluppo e la convivenza reciproca”. A decidere l’entità complessiva del risarcimento sarà il tribunale Civile. Per ora il giudice ha valutato “una provvisionale immediatamente esecutiva, pari all’importo di 30.000 euro”. La condanna pecuniaria vale solo per Minasi e non per gli altri tre coimputati che, come il legale, hanno scelto il rito abbreviato, evitando il processo pubblico davanti alla Settima sezione del tribunale di Milano.

AVVOCATO, MASSONE E AMICO DEI BOSS
Iscritto al foro di Palmi, ma con studio a Milano e nel Comasco, Minasi, oltre che avvocato è un massone “con tessera – dirà davanti al capo dell’antimafia milanese Ilda Boccassini – della loggia milanese Dante Alighieri”. Annota il giudice Simion nelle 357 pagine di motivazione: “Minasi, legato ai Lampada ed ai Valle da rapporti di lunga durata, risulta aver fornito il proprio appoggio continuo attraverso riunioni presso i propri studi professionali nel corso delle quali si discuteva sulle tecniche da adottare in una situazione di evidente emergenza per il gruppo criminale”. Tanto che “spesso ospitava Giulio e Francesco Lampada, nonché Leonardo Valle, anche presso la sua abitazione di Fino Mornasco, al fine di trattare argomenti riservati”. All’ordine del giorno, tra la primavera del 2009 e l’estate del 2010, ci sono le indagini in corso a carico di Lampada. Un dato che inquieta i presunti “partecipi dell’organizzazione”, i quali chiedono al legale di verificare le indiscrezioni. Minasi viene così accusato di aver veicolato notizie giudiziarie riservate. Accusa che condivide con l’imprenditore calabrese Domenico Gattuso, personaggio molto vicino al Ros dei carabinieri e ad ambienti della malavita reggina. Tanto che nel suo interrogatorio “ha ammesso di aver stretto rapporti di frequentazione con Giulio Lampada al quale forniva notizie riservate in ordine alle indagini in corso, pur precisando che fonte di tale informazioni era tale Lillo Caridi”, personaggio legato alla ‘ndrangheta.

LA SOCIETA’ OFF SHORE PER SCHERMARE I BENI
Ma non c’è solo la fuga di notizie. Quella di Minasi con i presunti boss della ‘ndrangheta è una collaborazione a tutto tondo. L’avvocato, già coinvolto in passato in un’inchiesta sulla cosca Piromalli dalla quale uscirà con un’assoluzione, in alcuni casi si trasforma in consulente immobiliare per coordinare i numerosi affari del clan Valle-Lampada, in altri gioca da regista finanziario “fornendo il proprio costante contributo per evitare che alla famiglia (Lampada, ndr) venissero sequestrati i patrimoni a loro riconducibili; in particolare, riferiva (…) della prossima esecuzione di provvedimenti di carattere patrimoniale, consigliando a Giulio di dare vita ad una nuova società, non riconducibile alla famiglia, che si rendesse cessionaria dei beni”. Un bel progetto che fa sponda su Daniele Borelli, un commercialista di Lugano, il quale, dopo aver appreso della sua iscrizione nel registro degli indagati, un giorno dopo gli arresti del 30 novembre 2011 si suiciderà.

IL LEGALE, L’IMPRENDITORE RAMPANTE E IL PATRIMONIO SOCIALE
L’interlocutore privilegiato di Minasi è Giulio Lampada, uno “che – annota il giudice Alessandra Simion – rappresenta l’imprenditore rampante che finanzia eventi politici a livello nazionale, che (…) intesse una rete di relazioni importanti e utili nell’interesse della famiglia mafiosa di cui fa parte”. Fa di più: “Comprende l’importanza di sostenere candidati politici su tutto il territorio. Capisce quanto sia fondamentale, per i propri interessi e per quelli della famiglia, disporre di professionisti ed esponenti istituzionali disponibili a compromessi”. E così “corrompe pubblici funzionari (…) intrattiene stretti rapporti con il politico Morelli (…) con l’avvocato Minasi e con il giudice Giusti”. Tutte persone che “vedono nei Lampada uno strumento essenziale per il successo dei loro progetti e che mettono a loro disposizione il proprio patrimonio sociale”.

IL MODELLO PARA-ORGANIZZATIVO DELLA ‘NDRANGHETA
L’avvocato Minasi, dunque, concorrente esterno a un’associazione mafiosa. Confermando l’accusa, il giudice aggiunge un punto a favore della procura che nel processo ordinario sostiene la mafiosità della famiglia Lampada. Una mafiosità che secondo la sentenza in abbreviato esiste al di là di ogni dubbio. Secondo il giudice, infatti, “i risultati tratti dalle indagini degli ultimi anni hanno consentito di elaborare una accurata interpretazione del fenomeno ‘ndranghetista, quale sistema di regole che crea vincoli tra gli aderenti e opportunità d’azione per gli stessi”. E dunque, oggi in Lombardia la mafia calabrese rappresenta “un complesso sistema di relazioni tra individui legati da forme di forte solidarietà e cooperazione finalizzate al perseguimento anche di differenti interessi individuati”. Ragione la dottoressa Simion: “E’ in tale modello para-organizzativo che sì inseriscono e vanno valutate le iniziative imprenditoriali e di lucro della famiglia Valle–Lampada”. Un legame sancito, secondo il tribunale, non solo da matrimoni incrociati, ma anche da affari comuni, come metterà a verbale la commercialista Ombretta Magaraci. Per un breve periodo la professionista si occupa degli affari del gruppo. “Valle mi espose lo sua vera identità dicendomi che comunque trattare a nome di Valle o Lampada era lo medesima cosa”. Prosegue: “In un’occasione (…) Giulio Lampada (…) mi disse: lei non sa con chi ha a che fare” oppure “vengo da lei per dirle due cose”. Dopodiché ci sono le frequentazioni del duo Valle-Lampada “con personaggi di spicco nel mondo ‘ndranghetista, personaggi con cui non ci si confronta e non si fanno affari se non si ha la forza (mafiosa) sufficiente per garantire almeno una condizione di equilibrio”.