Il ministro della Sanità Renato Balduzzi ha reso noti i suoi buoni proponimenti per l’anno nuovo e mette tra questi la riduzione degli esami diagnostici “inutili”. In tempi di crisi economica, spread, debito pubblico, etc. chi potrebbe non essere d’accordo sull’eliminazione delle spese inutili? Il guaio è che il ministro fa propaganda e l’idea stessa che esistano esami diagnostici inutili è offensiva non solo nei confronti dei medici che li prescriverebbero ma anche delle persone di buon senso.
 
Proviamo a spiegarci. Quali sarebbero, secondo il ministro, gli esami diagnostici “inutili”, da ridurre? Sappiamo che al Ministero si lavora intorno a liste di esami appropriati per ogni particolare quesito diagnostico. Lasciamoli lavorare e intanto usiamo il buon senso. Esistono almeno quattro categorie distinte di esami diagnostici che potrebbero rientrare nella definizione del Ministero. La prima categoria è quella delle truffe ai danni dello stato: esami diagnostici prescritti da medici disonesti allo scopo di gonfiare i proventi di qualche gabinetto di analisi. Se questo è il caso nella mente del ministro, le liste degli esami “utili” rispetto ai possibili quesiti diagnostici sono una pura perdita di tempo: il medico disonesto imbroglierà qualunque lista ministeriale e l’unico modo per ridurre le truffe ai danni dello stato è potenziare la magistratura.
La seconda categoria è quella degli esami clinici che, pur se rilevanti ai fini diagnostici, non comportano decisioni terapeutiche. Se ad esempio il medico ha un dubbio diagnostico tra due patologie entrambe incurabili o curabili entrambe con lo stesso regime terapeutico, la diagnosi differenziale è poco rilevante. Alcuni esempi fatti dal ministro sembrano indicare che questa categoria è presa in considerazione. Questa è però una categoria rara: le nostre armi terapeutiche sono raffinate e non sono molti i casi nei quali la diagnosi è ininfluente ai fini della scelta della terapia.

La terza categoria di esami clinici che potrebbero rientrare nella definizione ministeriale di “inutili” è quella degli esami che hanno scarso potere diagnostico, in genere perché soffrono di numerosi risultati falsi, cioè con frequenza diagnosticano come sano un malato o come malato un sano. Anche questa categoria è poco popolata. 
 

La quarta categoria è la più frequente e quindi la più rilevante dal punto di vista economico: è quella degli esami che sono “probabilmente” inutili, cioè che risultano positivi in una minoranza dei casi. E’ chiaro infatti che se un esame clinico viene prescritto a mille pazienti ed è positivo in uno solo di essi, il Servizio Sanitario Nazionale ha pagato 999 esami clinici “inutili”. Purtroppo il medico non sa a priori in quale dei mille pazienti o cittadini l’esame clinico risulterà utile: lo prescrive ai mille per trovare l’uno; e a quell’uno la diagnosi può salvare la vita. Questa casistica include, evidentemente, tutta la medicina preventiva. Ad esempio il PAP test per la diagnosi precoce del tumore dell’utero è consigliato con cadenza annuale a tutte le donne di età superiore a quarant’anni; l’incidenza del tumore è però di circa 10 nuovi casi su 100.000 donne ogni anno, e quindi la percentuale di esami “inutili” si può stimare al 99,99%.
 
I proponimenti del ministro Balduzzi sono quindi propagandistici: il vero esame clinico inutile è raro e limitare gli esami clinici a casistiche prefabbricate comporta un danno potenziale per la salute dei cittadini. E’ importante risparmiare dove è possibile farlo, ma è sbagliato diffondere la falsa informazione secondo la quale i medici sprecano i soldi pubblici prescrivendo esami inutili. Se davvero si intende risparmiare ulteriormente sulla Sanità, che nonostante tutto è ancora un servizio pubblico per il quale l’Italia occupa le prime posizioni nelle classifiche mondiali, occorre sapere che si tratta di una decisione dolorosa, presa sulla pelle dei cittadini, necessaria forse in un momento in cui il paese affronta una crisi drammatica, ma che lascerà sul campo morti e feriti (e molte cause per risarcimento di danni).