Se non funziona la Giustizia non v’è giustizia. Tautologico ma è proprio così. Il concetto di “giustizia” è un prezioso scrigno che racchiude l’intero sistema di tutela dei diritti, tali solo se hanno intorno un solido scheletro che li sorregge. Diversamente appaiono principi vacui.

La giustizia deve essere garantita in vari modi (Stato efficiente, controllo sociale forte, moralità salda) ma tra essi prevale il diritto (costituzionale) del diritto alla difesa, sancito appunto dall’art. 24 Cost. in virtù del quale “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.” ( comma I) e che “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.” (comma II).

Il diritto alla difesa presuppone la sussistenza di una giustizia efficiente, ossia di un’amministrazione giurisdizionale idonea ad assicurare il ragionevole processo (nella durata e nei modi). Ciò può essere garantito solo se si ha un’amministrazione efficiente (tribunali ben organizzati), giudici rigorosi (preparati, indipendenti, laboriosi, diligenti, motivati), un sistema legislativo che consenta processi celeri e strumenti di tutela efficaci. Da ultimo, ma solo come suggello, pure un’avvocatura seria e responsabile.

La giustizia in senso lato pretende dunque che più attori svolgano il proprio compito: lo Stato, la magistratura, l’avvocatura, i cittadini. Gli attori più importanti sono tuttavia lo Stato e la magistratura. Il primo perché organizza la giustizia (giurisdizionale e non, dunque anche l’Adr ma senza ostacolare quella giurisdizionale); il secondo perché la decide, atteso che alla magistratura è demandano il delicato compito di decidere sui diritti delle persone. Infatti se lo Stato (inteso nella sua duplice veste, tanto come amministrazione quanto come potere legislativo nel dettare le regole della giustizia) abdica a tali ruoli, avremo una giustizia inefficiente. E così è in Italia da troppo tempo, posto che siamo tra gli ultimi Paesi come livello di efficienza della giustizia. Ciò comporta sfiducia all’estero ed un danno enorme di miliardi di euro, solo per economicizzare la discussione.

Lo Stato organizza male l’amministrazione della giustizia (dalla notificazione/comunicazione degli atti, sino alle regole del processo, tanto civile quanto penale, anche esecutivo, snodo fondamentale per la tutela dei diritti). La magistratura non si adopera al meglio per supplire comunque a tale deficit, organizzando al meglio i singoli tribunali (pur potendolo fare come dimostrano alcuni virtuosismi), non premia il merito dei magistrati ma quasi sempre premia l’appartenenza alle correnti (politicizzazione della magistratura che si esprime in logiche di potere), non interviene duramente dinanzi a palesi responsabilità dei magistrati (tanto nella sede giurisdizionale, con una giurisprudenza soprattutto di legittimità, spudoratamente restrittiva, quanto in quella disciplinare con un CSM molto sensibile alle correnti).

All’esterno, l’avvocatura assume co-responsabilità nel caso in cui: non vigila sull’accesso della professione (così come ha fatto negli ultimi 20 anni quando da nord a sud le percentuali di promossi all’esame di stato variavano in modo imbarazzante); non vigila sulla formazione (avviene a singhiozzo); non vigila con rigore sulla disciplina (da Ordine a Ordine, fluttua); si mostra impermeabile a qualsiasi cambiamento (la difesa ad oltranza di ogni taglio dei tribunali minori); si arrocca in sterili scioperi senza saper entrare in sintonia col paese; non denuncia con vigore il grave vulnus democratico (la demolizione dei diritti in atto) che stiamo tutti subendo. Però assume solo in parte la responsabilità poiché l’avvocatura non gestisce la giustizia.

Va dunque stroncata e denunciata la menzogna che si racconta al popolo usando scorrettamente il servizio pubblico della Rai, così come han fatto Vespa a “Porta a Porta” il 24 ottobre e Giletti ieri nella sua trasmissione, dichiarando che se la giustizia non funziona è colpa degli avvocati. Gli avvocati non decidono quanto dura una causa. La decidono solo i magistrati, spesso male organizzati. L’avvocatura si oppone quasi sempre a tale deriva. Se solo volessero i magistrati, una causa potrebbe durare da 4 mesi a 1 anno.

Basterebbero poche riforme, immediate: un manager per ogni tribunale; notifiche via PEC (ad oggi ancora irrealizzabili); eliminazione del cartaceo; eliminare l’udienza di precisazione delle conclusioni (una farsa); tre soli riti per ogni processo civile (cautelare; sommario di cognizione; ordinario); processo esecutivo semplificato e con sanzioni amministrative per il debitore inadempiente doloso.

Nella insipida agenda politica solo Ingroia (tra i candidati premier) ha fatto cenno alla riforma della giustizia come ad una priorità assoluta. Agli altri sta bene il sistema di (grave) ingiustizia.