Doveva traghettare l’Italia delle larghe intese e dei conti in ordine a una “ordinata” campagna elettorale. Invece il governo Monti è durato meno del previsto e, prima di Natale è arrivato al capolinea. Ma cos’è rimasto nella scia delle tre parole d’ordine di Monti – rigorecrescita ed equità – pronunciate all’indomani dell’insediamento del governo? Difficile chiarire bene quanto la corsa di quella che era partita come una locomotiva sia stata poi rallentata dall’attrito dei partiti della stessa “strana” maggioranza. C’è molto su cui non si è fatto abbastanza, “ma il tempo era poco” (si sbracciano i difensori d’ufficio). Ma c’è anche quello che il governo non ha fatto e qualche calcinaccio pure di ciò che ha fatto. Quella dei cosiddetti “esodati”, d’altra parte, è una partita aperta e mai richiusa a un anno dall’approvazione della riforma previdenziale: proprio quella stretta sulle pensioni fatta approvare in men che non si dica (un po’ per le spinte europee, un po’ per lo stordimento del centrodestra appena caduto, un po’ per l’ebbrezza del centrosinistra di aver battuto finalmente il Caimano). Negli ultimi mesi, poi, qualcosa è cambiato nella sintonia di Monti con i partiti che lo sostenevano, fino al calo dei consensi. Poi, nei giorni scorsi, le dimissioni e la “salita” in politica.

Il rigore – Sul rigore difficile trovare passaggi a vuoto. Il governo ha impiegato una manciata di settimane per riformare le pensioni sulle quali nei 18 anni precedenti sono caduti almeno un paio di governi. Ha fissato il mirino sull’evasione e con lo spumante per il Capodanno a Cortina arrivarono i blitz dell’Agenzia delle Entrate, laddove il predecessore aveva definito “moralmente autorizzati” coloro che non pagavano le tasse. A dicembre 2011 ha chiamato la sua prima legge “Salva Italia” (con la quale peraltro ha reintrodotto l’Imu) poche settimane dopo che era risuonata su tutti i tg la celebre analisi dei ristoranti pieni. Ha spolpato l’articolo 18, a marzo, anche se poi ha smussato i colpi d’accetta sia su quello sia sulla flessibilità in entrata (per ammorbidire gli industriali). Ha fatto le ore piccole, ma senza olgettine: in un corpo a corpo con la Merkel, piuttosto, con trattative a oltranza fino all’alba del 30 giugno (niente Tobin tax se non mi dai l’antispread). Ha tagliato le Province, mentre il Pdl l’aveva scritto nel programma (dov’è rimasto) e i partiti non hanno approvato il decreto non convertendo il testo in legge. E ancora dai e dai con le forbici: consigli regionali, stipendi, vitalizi. Nel frattempo, con l’altra mano, ha tenuto insieme per oltre un anno – mettendoli seduti allo stesso tavolo a Palazzo Chigi – partiti che si erano soltanto presi a cannonate (salvo vincere le elezioni e non combinare niente).

L’equità – Non è servito molto tempo, per dire il vero, per capire che il significato di equità era un po’ più lasco rispetto a quello assegnato a rigore. “Il recupero dell’evasione – dichiara Monti già il 28 febbraio – deve diventare uno strumento per migliorare l’efficienza del sistema economico in un quadro più equo. Dobbiamo continuare con rinnovata forza, perché se ognuno dichiara il dovuto, il fisco potrà essere più leggero per tutti. E’ un impegno ineludibile”. Se tutti pagano le tasse, allora i più poveri – che magari le pagano già – ne pagheranno meno. Perché “alcuni italiani mettono le loro mani nelle tasche di altri italiani: sono gli evasori”. Concetto ribadito, papale papale, il 23 dicembre scorso: “L’equità non è un capitolo separato, ma deriva dalla lotta alle rendite e dal sistema fiscale”.

In realtà, se è vero che le incursioni dell’Agenzia delle Entrate con il passare dei mesi hanno “spettinato” i locali della movida milanese, gli orafi del Ponte Vecchio a Firenze, i lungomare di Capri e in Versilia fino agli agriturismo aperti il primo maggio, se è vero che le entrate sono aumentate del 4-5 per cento, più che con l’equità molti hanno avuto a che fare con Equitalia. I primi sei mesi dell’anno sono stati anche un percorso costellato da croci. Cassaintegrati, disoccupati, imprenditori falliti, operai senza stipendio, contribuenti senza più nulla da dare al recupero crediti hanno protestato quasi ogni giorno e quasi ogni giorno fino all’estremo sacrificio. “Le conseguenze umane” della crisi “dovrebbero far riflettere chi ha portato l’economia in questo stato e non chi da quello stato sta cercando di farla uscire” disse il presidente del Consiglio a inizio maggio, provocando il solito vespaio dopo il quale fu costretto a precisare che con “conseguenze umane” non voleva indicare i suicidi e con “chi ci ha portato alla crisi” non intendeva Berlusconi.

L’equità sarebbe dovuta cadere giù dalle liberalizzazioni, dall’eliminazione dei cosiddetti “colli di bottiglia”, dall’apertura ai mercati e alla concorrenza. Nel frattempo le tasse però sono rimaste quelle, intonse. Il peso del fisco è decisamente “eccessivo” e ridurlo è un’esigenza “sacrosanta”, ammette Monti a Ferragosto per smentire un eventuale taglio dell’Irpef. Ma non è il momento, aggiunge, perché non bisogna allentare il rigore sui conti. E quel momento non sarà mai e il non aumento dell’Iva (e siamo a ottobre scorso) passa come un trionfo.

La crescita – E la crescita? Berlusconi dice che tutti gli indicatori sono negativi e Bersani che fonderà l’operato del suo eventuale governo tutto sulla crescita. L’impegno di Monti è passato da due decreti – “Cresci Italia” e “Cresci Italia 2” – tra gennaio e marzo, che hanno regolato concorrenza e liberalizzazioni (vita più facile per le imprese, mutui meno costosi, più farmacie, più taxi) e sui quali però partiti e lobby si sono avventati, lasciando un prodotto deludente per molti (ma non per Fondo monetario internazionale e Unione Europea). Consigli dei ministri fiume, conferenze stampa dai toni solenni, molte lobby toccate nel vivo, minacce di sciopero e scioperi veri e propri. In prima fila sempre il super-ministro Corrado Passera che il 13 dicembre scorso esultava: “L’impegno a creare le condizioni favorevoli alla crescita questo governo, insieme al Parlamento, l’ha rispettato”. Quel giorno era arrivata l’approvazione del decreto sviluppo. “Abbiamo affrontato tutti i nodi che sono alla base della mancanza di crescita: dall’energia alla burocrazia, dalle liberalizzazioni all’agenda digitale, dalle infrastrutture allo sblocco dei pagamenti. Non c’è una singola cosa che può bloccare la crescita, bisogna affrontare tutte le ragioni accumulate in anni e che hanno impedito la crescita. Sono cose profonde e difficili, non affrontate per tanto tempo e che non daranno risultati immediati. Molte saranno a beneficio dei prossimi anni, ma finalmente sono state sbloccate”. Il risultato ad oggi sembra lo stesso di quello della manovra 2011, come scrivono molti analisti, tra cui quelli de lavoce.info: molto rigore, forse troppo; poca equità; pochissima crescita.

La faccia – “Io non ho mai usato in vita mia l’espressione metterci la faccia, ma lo faccio in questa occasione”. Questa frase il presidente del Consiglio e capo della coalizione di centro l’ha usata una volta sola: per il disegno di legge Anticorruzione. Anche perché, raccontò, un emiro del Qatar gli disse che il motivo per cui non venivano fatti investimenti in Italia erano proprio le tangenti. E non, per esempio, l’articolo 18 sul quale il governo si è tanto speso spiegando che sarebbe stato più facile per imprese e mercato del lavoro.

E nemmeno sugli “esodati” Monti la faccia l’ha mai messa (su questo ieri si fondava l’appello di Bersani alla “chiarezza”), lasciando a combattere nell’arena il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Dopo oltre un anno dall’approvazione della legge voluta così fortemente dalle istituzioni europee le persone rimaste senza pensione e senza stipendio sono ancora due su tre nel totale dei 390mila conteggiati dall’Inps (e per quei 130mila la situazione è stata risolta rispettivamente a giugno, ottobre e adesso con la legge di stabilità).

Stesso atteggiamento di basso profilo – per così dire – sulla questione Ilva, sulla quale il presidente del Consiglio ha lasciato lavorare in beata solitudine il ministro dell’Ambiente Corrado Clini finché non c’è stato bisogno del decreto legge approvato dal consiglio dei ministri (e lì la faccia è stata necessaria, l’impegno si è imposto).

La “salita” in politica – La faccia, però, l’ha messa all’ultimo chilometro, forse anche grazie allo stesso Pdl che ha deciso di rovesciare il tavolo (per fare campagna elettorale proprio sulla pelle del governo tecnico). L’improvviso ritiro della fiducia da parte del centrodestra ha accelerato un percorso – politico – che il presidente del Consiglio aveva sempre escluso, tra lo sdegnato e il sornione. A marzo da una parte preconizzava così il dopo-Monti: “Sarà fantastico. Per me”. Dall’altra gigioneggiava: “Questo governo sta godendo di un alto consenso nei sondaggi. I partiti no”. In quel momento Mario Monti si sentiva intoccabile e ripeteva come una litania che non si sarebbe mai impegnato in politica. Ma, come accaduto al Berlusconi ad Onna con il fazzoletto dei partigiani al collo per il 25 aprile, l’apogeo (forse proprio l’estenuante braccio di ferro vinto con la Merkel di fine giugno) è coinciso anche con il crinale del sentiero. Da lì è iniziata la discesa (del consenso) o la salita (in politica): fino all’Agenda Monti (che in sostanza dice di continuare e approfondire il lavoro non concluso “perché il tempo era poco”, appunto) e alla Lista Monti che correrà per battere tutti e il cui traguardo, nel migliore dei casi, sarà di essere un appoggio fondamentale per un governo di centrosinistra.