“Sono moderatamente ottimista sul fatto che si possa giungere a un accordo” per evitare il “fiscal cliff”. Barack Obama si presenta davanti alle telecamere della TV pochi minuti dopo la fine dell’ennesimo tavolo di negoziato per fermare l’aumento automatico di tasse e tagli alla spesa che scatterà il primo gennaio 2013. Dice che “l’ora dell’azione immediata è qui. E’ ora”. Spiega che “la gente normale non capisce perché a Washington ci riduciamo sempre all’ultimo momento. Ed è stanca dei giochi politici e di vedere questi déjà vu”. Ricorda di volere “più tasse per i più ricchi” e pone un ultimatum: “Senza un accordo presenterò il mio piano al Congresso”.

Mentre la scadenza del fiscal cliff si fa sempre più vicina, si è dunque concluso senza un vero accordo l’incontro che il presidente degli Stati Uniti ha avuto alla Casa Bianca con i leader democratici e repubblicani di Camera e Senato. Harry Reid e Nancy Pelosi rappresentavano i primi; Mitch McConnell e John Boehner i secondi. Nella notte, subito dopo il discorso di Obama, trattative serrate si sono svolte al Senato tra democratici e repubblicani per arrivare a un testo capace di raccogliere il voto di entrambi gli schieramenti. “Stiamo lavorando con la Casa Bianca, e speriamo di giungere a qualcosa da presentare ai nostri gruppi”, ha detto il capogruppo repubblicano, Mitch McConnell. Dopo settimane in cui il dibattito si è svolto prevalentemente alla Camera, è quindi ora il Senato americano il centro di un possibile – anche se ancora lontano – accordo. Reid e McConnell, i leader del Senato che per anni si sono combattuti, lavorano a una soluzione che possa superare l’eventuale ostruzionismo dei senatori repubblicani ed essere inviata per un voto alla Camera. Dall’incontro di ieri non sembra comunque essere emerso alcun dettaglio nuovo rispetto al passato. Alla vigilia dell’incontro si era parlato dell’ipotesi di un “mini accordo” che Obama avrebbe messo sul tavolo per evitare di innescare i rischi di una nuova recessione. Una serie di misure, insomma, volte ad attenuare il più possibile l’impatto della rovinosa caduta dal “baratro fiscale”.

In realtà, la posizione sostenuta da Obama resta quella su cui è stata centrata la campagna presidenziale 2012, più volte ripetuta nelle scorse settimane: un rinnovo degli sgravi fiscali dell’era Bush per le famiglie che guadagnano fino a 250.000 dollari l’anno; una proroga dei sussidi di disoccupazione per circa due milioni di americani; una norma per evitare tagli ai rimborsi ai medici previsti dal Medicare; un impegno per prevenire l’innalzamento della alternative minimum tax. Per quanto riguarda la spesa pubblica, Obama e i democratici pensano alla sospensione temporanea dei tagli programmati, soprattutto nel settore della sanità e della difesa. Se questa resta la posizione ufficiale, i negoziati di queste ore al Senato starebbero concentrandosi sulla possibilità di portare a 400mila dollari il tetto oltre cui alzare le tasse. Un compromesso in grado di vincere le resistenze dei repubblicani e di essere accettato, sia pure con qualche mugugno, dai democratici. Un testo così strutturato potrebbe probabilmente ottenere il voto della maggioranza dei senatori ed essere inviato alla Camera, dove la settimana scorsa è fallito un tentativo da parte dello speaker repubblicano, John Boehner, di far votare una proposta in cui il limite all’aumento delle imposte era fissato in un milione di dollari. Obama sa comunque molto bene che l’esito della trattativa è incerto e che in qualsiasi momento i repubblicani più conservatori fiscalmente, quelli contrari a qualsiasi proposta di nuove tasse, potrebbero mettersi di mezzo e far fallire l’accordo. Di qui la minaccia del presidente, che intende comunque, in mancanza di un’intesa, far arrivare un testo per il voto al Senato.

In questo modo, pensano Obama e i democratici, i repubblicani dovrebbero assumersi davanti agli americani l’onere di aver fatto fallire i negoziati e la responsabilità di far pagare alle famiglie 2000 dollari di tasse in più nel 2013. I sondaggi suggeriscono già, del resto, un vantaggio del presidente in tema di “fiscal cliff”. Più del 50% degli americani approva il suo operato, contro un 20% che invece preferisce le posizioni dei repubblicani. Intanto, sulla scia delle incertezze politiche, anche Wall Street ha chiuso la giornata in discesa, col Dow Jones che ha perso l’1,21% e il Nasdaq lo 0,86%.