Alla fine di questo anno più turbolento del solito, causa la crisi che è approdata concretamente sulla bocca di quasi tutti e, parrebbe, anche nei loro portafogli, mi viene da rivolgere un pensiero ai monaci tibetani (ma non solo), che a decine quest’anno si sono immolati per una causa apparentemente persa.

Penso di poter immaginare che molte persone si siano infatti chieste a cosa stanno servendo questi suicidi (temo però che ‘suicidio’ non sia la parola giusta, perché riduttiva). E credo sia una cosa assai ragionevole chiederselo: i cinesi non paiono vacillare in nulla nei loro modi vessatori e l’opinione pubblica occidentale si sente troppo lontana da quei luoghi per potersene far influenzare (cosa che non accade con l’indignazione spesso ordinaria e inerziale – e più politico-ideologica che umana – che viene rivolta metodicamente al più vicino Medio Oriente).

Al riguardo su La Stampa di qualche settimana fa ha scritto un articolo molto bello Enzo Bianchi, giungendo infine a sostenere che quel gesto è un monito e insieme uno stimolo per il popolo a cui gli artefici stessi appartengono: non lasciarsi scoraggiare, non cedere alla prepotenza straniera, mantenere l’orgoglio e l’indipendenza della propria identità. E in tal senso si veniva sottolineando la giustificazione di un qualcosa (il suicidio per l’appunto) che la chiesa da sempre non tollera, proprio per la umile nobiltà che lo connota.

Ecco: questa umile nobiltà è qualcosa che non sono mai riuscito a rintracciare nei suicidi dei kamikaze islamici, poiché questi uccidono gli innocenti che sono nei raggi d’azione del loro sacrificio. E la spettacolarità che ne deriva è vergognosamente atroce. (Senza contare il risvolto grottesco, ma davvero grottesco, dell’idea di approdare, subito dopo l’efferatezza compiuta, nella beatitudine erotica del Paradiso, con stuoli di vergini – ben 72 si dice – pronte ad aspettare, guarda caso, solo lui. Infatti, a rigor di logica, se devono essere vergini…)

Il fanatismo religioso nel novanta per cento dei casi mi angustia e mi deprime, e con esso tutto ciò che di ‘storto’ viene compiuto in nome della religione, soprattutto quando pretende di avere intenti di proselitismo o più semplicemente di coinvolgimento di altri all’infuori di sé stessi, con la protervia, camuffata da buoni intenti, di chi si crede dalla parte della ragione. Quindi qualche frangia dietrologica sarà magari al corrente di fantomatiche coercizioni di Dalai Lama e autorità varie volte a alimentare fanatismi estremi (subdole? Esplicite? Boh. Bah. Con la dietrologia da rete non c’è da escludere nulla a priori…), ma fosse anche vero, cosa a cui ovviamente non credo, resta la incredibile, drammatica bellezza di questa spettacolarità ben diversa, di questa solitaria fiamma ardente che per parecchi secondi cammina per le strade (Fuoco, cammina con me…) prima di accasciarsi al suolo. Tutto intorno le grida di terrore della gente, assordata da un crepitìo anomalo che non può che suscitare emozioni indescrivibili e ben poco raccomandabili.

Come potranno essere quei secondi per chi li… vive? (Verbo sinistro, questo ‘vive’, data la prossimità della morte cercata). Come si saranno lentamente avvicinati all’idea di compiere questo atto? (Ovviamente con una preparazione spirituale di anni, ma per noi occidentali non è così semplice comprendere sino in fondo. E in ogni caso: che io sappia il Dalai Lama ha chiesto di por fine a questi gesti disperati e inutili… E per me questo significa che, nonostante tutte le preparazioni e i percorsi spirituali possibili, la morte, pur se passaggio ad altra vita e occasione di reincarnazione eccetera eccetera, è uno spauracchio anche per loro).

E come potranno affrontare la terribilità di quegli istanti mantenendo la certezza della giustezza di quanto deciso? Come gestiranno la sensazione di fine incombente? Come faranno a provare fiducia in qualcosa per non darla vinta alla potenza demolitrice e dolorosissima della vampa? Per non cedere al Suo – della morte – cospetto con lo smascheramento tardivo di un terrore teoricamente impossibile da nascondere? So di uno di loro che fino all’ultimo ha tenuto le mani giunte in segno di preghiera, nonostante l’ardore del fuoco lo stesse azzannando ovunque, presumibilmente anche in quella che chiamiamo anima, fino alla caduta inevitabile…

Ecco: parlavo di un novanta per cento di casi in cui il fanatismo mi angustia. Resta un dieci per cento in cui invece la mia percezione vacilla e resta basita e meravigliata. Considerando che non ho alcun tabù particolare nei riguardi del suicidio in sé e per sé, perché lo ritengo una forma ammissibile di libero arbitrio, il fatto che sia compiuto in nome di qualcosa connesso a questioni anche religiose (dico così perché il martirio dei monaci ha ovviamente motivi politici) non scalfisce la purezza di quella nobiltà umile e dignitosa di cui parlavo, rendendolo, alla mia sensibilità, ammantato di un eroismo toccante. E per il quale non posso altro che provare una ammirazione altrettanto umile e sostanzialmente indicibile.

Buon anno a tutti.

Ps:  mi piace moltissimo uno scrittore morto non molto tempo fa: John Updike. Scrisse un libro cercando di mettersi nella testa di un kamikaze islamico. ‘Terrorista‘ il titolo. Raccomando, più che il libro, bello ma non ai suoi vertici, lo scrittore in sé. Il suo ‘Verso la fine del tempo‘ è per me un libro magnifico.

Ps2: anch’io cercai di mettermi nella testa di un kamikaze con la mia ‘Secondo chi vorrà‘… Non so se sia un’operazione corretta e rispettosa a priori, ma boh: sta storia delle 72 vergini legittima un po’ certi abbassamenti della guardia del politically correct.

“Io sono nato per far fuori me

e questo è ciò che è da quando vivo

e dunque vivo per poter raggiungere

l’obiettivo sapermi fare fuori

quando Chi vorrà vorrà”

(C) 2007 EMI Music Italy s.r.l.