Ora possiamo essere veramente soddisfatti: fino a un mese fa non sapevamo nemmeno come il Pdl si sarebbe presentato alle elezioni, il centro era in fase di preliquidazione con sondaggi ai minimi, la Lega sott’acqua; in poche settimane e soprattutto negli ultimi giorni il quadro sta cambiando velocissimamente.

Ora abbiamo due potenziali leader del centrodestra: Mario Monti e il rinato Berlusconi – oddio “rinato” forse è una parola esagerata, diciamo risuscitato come nelle migliori (o peggiori) “sit com”, quando il protagonista cattivo dato per scomparso ritorna per la disperazione di pseudo-amici e parenti.

A parte gli scherzi, la giornata di sabato ha segnato veramente un rovesciamento, soprattutto con il sostegno massiccio dei media, del quadro politico: Monti non ha alcuna intenzione di tornare a fare la “riserva” della Repubblica e – in nome del lavoro svolto (che a molti italiani non piace), dei presunti o reali risultati raggiunti, del prestigio riconquistato per sul piano internazionale – dice: aspettate un momento! che facciamo? regaliamo questo tesoro ai partiti che hanno fatto strame della Repubblica? Adesso ci provo io a prendere definitivamente in mano la situazione.

È stato già commentato, tre atti politici hanno inaugurato la discesa (o, montianamente, salita) in campo: la gradita visita alla Fiat di Melfi e l’abbraccio con Marchionne, la visita alle assise del Partito popolare europeo, la conferenza stampa con la presentazione dell’ “Agenda” che portava il suo nome e ora si chiama “Agenda per un impegno comune”, ovvero il programma del suo futuro governo.

Meglio di così non poteva inquadrare la sua collocazione politica l’ineffabile professore dal sorriso oblungo: con grande spavalderia e scarso senso di equilibrio, ha elogiato il maggior rappresentante della linea antioperaia dell’industria italiana, dimenticando di chiedergli dove sono finiti i 20 miliardi del “Piano FIAT” e perché non rispetta le sentenze della magistratura; ha detto in Europa che lui garantisce che l’Italia non deragli dai patti d’acciaio, ha detto a Berlusconi che è fuori di testa (il che in parte è vero), ha detto a Bersani che, se vuole governare con lui – badate bene: non il contrario! – deve liberarsi dal cascame di una Sinistra ottocentesca, rappresentato da Nichi Vendola; infine ha messo l'”Agenda” su Internet dove tutti abbiamo potuto leggere che, se lo si lascia governare, l’Italia farà balzi da tigre del Bengala realizzando risanamento, sviluppo, benessere e equità, tutte cose che finora, come si sa, sono rimaste nel libro dei sogni.

Berlusconi, nel frattempo, anche se alquanto ammaccato, è tutt’altro che morto e sta dilagando come la peste nell’etere,  strombazzando alle sue truppe di evasori e manutengoli – ma anche frustrati e tartassati – che la Destra c’è per garantire che la festa continuerà anche nella prossima legislatura se vince lui, che se ne frega di spread e di Merkel e che toglierà l’IMU e via andare fino al prossimo default.

Insomma, abbiamo due Destre diverse e  fortunatamente separate, finora, ma chi ci assicura che resteranno tali? Non sappiamo il futuro cosa riserva e soprattutto se e come il Centro-sinistra stia rielaborando la sua strategia rispetto a questa situazione notevolmente più complessa.

Mi sembra che prevalga finora un’ostentata tranquillità che però sarebbe molto grave se nascondesse una fuga dalla realtà. Il PD tutto preso dalle sue primarie – e il suo alleato più a sinistra che lo imita con qualche maldestro errore di troppo – ha valutato cosa comporterà l’affrontare due avversari entrambi diversamente potenti? Oppure si culla nell’idea di Monti futuro alleato? Ipotesi, questa, che ritengo altamente improbabile: al contrario, se il Centro-sinistra, nel caso di un’auspicata vittoria, non raggiungesse l’autosufficienza nelle due Camere, sarebbero dolori e potrebbe presto riprodursi una situazione simile a quella del Governo Prodi del 2008.

Allora perché non si risponde agli attacchi gentili di Monti con una strategia di maggiore caratterizzazione sul versante più consono a una coalizione di Sinistra, cioè che l’uscita dalla crisi non può essere quella di una politica di Destra che fa ancora pagare il costo alle classi lavoratrici, che le condizioni di vita di milioni d’italiani richiedono la costruzione di politiche di welfare straordinarie (abbiamo mai visto tanti poveri radunati a Bologna per il pranzo di Natale, tante fabbriche chiuse e artigiani in fallimento?).

Ciò richiede che il Centro-sinistra non appaia incerto delle proprie strategie e che non resti contraddittoriamente insoluto il problema delle garanzie dei diritti fondamentali per il mondo del lavoro, oggi fortemente attaccate dalla Confindustria e dalla legge Fornero.

Le differenze con Monti (e con Berlusconi) devono essere marcate sul piano programmatico, proprio quello che invece non si vede. In questa situazione il PD perderà un po’ di voti a destra, ed è inevitabile (ma non certo perché se ne va Ichino!); può invece guadagnarne, e molti, a sinistra se chiarisce le sue posizioni sui temi centrali in questo contesto sociale e economico. Hollande non ha vinto sull’ambivalenza, bensì con un programma nettamente diverso dalla Destra: perché in Italia questo non può succedere e tutti devono correre al Centro per sembrare il più uguali possibile?

Ci sono vasti strati di elettorato deluso e profondamente in crisi, l’astensionismo non sarà più premiante con una Destra che si divide e si moltiplica come nei film di Kagemusha, creando nuovi scenari e cortine fumogene, non si può scommettere su una vittoria risicata com’è avvenuto in Sicilia, dove peraltro ancora non sappiamo come governerà Crocetta senza maggioranza.

In questo senso, se si aggiungesse alla coalizione di Centro-sinistra, sulla base di un chiaro impegno programmatico e non demagogico, anche la costituenda lista arancione, si potrebbero mettere in movimento forze importanti per un risultato più nettamente favorevole: è questione, prima di tutto, di apertura mentale. E’ evidente che la lista arancione, Cambiare si può, dovrebbe fare la scelta di rappresentare nella coalizione e non fuori, quella quota di elettorato che più di ogni altra, chiede coerenza nelle scelte di governo, a difesa degli interessi dei lavoratori e della parte più colpita dalla crisi, anche qui serve coraggio e lungimiranza.