Una premessa: Fiumicino ha bisogno di investimenti, è l’unico vero “hub” italiano, e il traffico è destinato, crisi permettendo, a crescere molto (gli italiani, in relazione al loro reddito, volano ancora parecchio meno degli altri europei).

Ciò detto, la frettolosa firma del “contratto di programma” per l’aeroporto, che si trascinava da molto tempo evidentemente a ragione di qualche perplessità all’interno del governo, suscita molti interrogativi.

Ma vediamo innanzitutto cos’è un “contratto di programma” per una concessione pubblica, come è Aeroporti di Roma che gestisce Fiumicino. E’ un accordo sugli investimenti che il concessionario si impegna a fare, e sulle tariffe che potrà riscuotere dai viaggiatori per finanziare quegli investimenti.

Prima osservazione: le dimensioni del contratto sono davvero straordinarie. Quasi il raddoppio delle tariffe, per investimenti dell’ordine dei 13 miliardi di euro da qui alla fine della concessione, cioè trent’anni circa.

Ora, i concessionari ci guadagnano sempre su investimenti pagati dagli utenti: o li fanno direttamente (“in house”), o li negoziano direttamente loro con i costruttori. Gli utenti, cioè chi paga, possono solo sperare di non essere derubati. E a tutelare gli utenti ci dovrebbe pensare lo stato. Tuttavia lo Stato in questo caso è debolissimo: Monti aveva promesso la costituzione di un’Autorità indipendente per i trasporti proprio per difendere gli utenti, ma pare che i concessionari non ci tenessero molto…ed infatti non se ne è fatto nulla.

L’Enac, che è l’ente del ministero che fa le funzioni del difensore degli utenti, per definizione non è indipendente dai decisori politici. Non si possono però fare processi alle intenzioni: forse il Ministero in questo caso ha difeso perfettamente i poveri e ignari viaggiatori. Occorrerebbe vedere i dettagli degli studi economici e finanziari sulla base dei quali questa decisione così controversa è stata presa. Qui si possono solo mettere in luce le potenziali fregature che potrebbero toccare i viaggiatori.

Prima faccenda: le concessioni aeroportuali dovrebbero essere molto più brevi, come più volte ha raccomandato l’Antitrust (in assenza di Autorità), per garantire che i concessionari non diventino troppo amici dei politici. Poi non tutti quegli investimenti potrebbero essere necessari o urgenti. Occorrerebbero analisi costi-benefici per giustificarli, e i rappresentanti degli utenti dovrebbero essere ampiamente consultati. Di tale prassi non si ha notizia.

In secondo luogo, non tutti gli investimenti devono essere finanziati con aumenti di tariffe: molti potrebbero esserlo da aumenti di produttività del concessionario, a parità di tariffa, o, sempre a parità di tariffa, dal mirabolante aumento di traffico previsto. Infine, il costo degli investimenti stessi dovrebbe essere minimo (mica occorre far tutto in acciaio, cristallo e granito rosso di Svezia….).

Ma certo lo Stato controllerà ogni euro, a pensar male si va all’inferno, come a sollevare sempre questa noiosa storia dei conflitti di interesse