Amletico: in politica si scende o si sale? L’arcifanfarone Silvio Berlusconi riteneva di abbassarsi a farlo, il sobrio e gesuitico Mario Monti dichiara di innalzarsi. Quando avremo qualcuno che si limiterà a un ingresso senza tante complicazioni?

A parte questo dubbio, i due cinguettii montiani di Santo Stefano, con i loro generici appelli all’impegno (bisogna salire in politica), continuano a muoversi nell’alveo dell’ambiguità che ha contraddistinto le ultime mosse del Professore; tutte all’insegna del “mi candiderei se mi candidaste”. Ma dato che in politica anche il casuale è fortemente voluto (e figuriamoci l’ambiguo), il tira-e-molla in corso ci fornisce un buon numero di informazioni sullo stato dell’arte della risalita “ritrosa” del premier uscente. Per dirla con un adagio popolare delle mie parti, Monti come “la bella di Torriglia/ che tutti la vogliono e nessuno se la piglia”. Intendendo con “nessuno” la maggioranza elettorale, non certo l’ex damo di compagnia dell’avvocato Agnelli (Montezemolo) o il genero di Caltagirone (Casini) oppure – ancora – un manipolo di papisti parcheggiati fuori dai territori berlusconiani.

Perché – in sostanza – la lista dei conservatori dalla faccia pulita (sembra il titolo di un film tipo “le tre orfanelle”) si direbbe proprio non decolli. Sulla carta pareva dovesse fare polpette di ogni concorrente, trasformandosi in una irresistibile calamita di consensi, e per ora imbarca soltanto baffino Piero Ichino, che nel nuovo team potrà indossare beato i panni anti-Cipputi dell’Elsa Fornero (entrambi si rassomigliano nel genere fico secco) come in uno spettacolo dei Legnanesi e senza il giovane Fassina a sindacare; più qualche ex di Arcore sullo sgasato (Franco Frattini e Beppe Pisanu). Certo una ben modesta campagna acquisti.

Anche perché i conservatori dalla faccia pulita (per favore non chiamiamoli “moderati”, espressione che non vuole dire niente) del Pd hanno visto crescere il numero dei potenziali acquirenti proprio per il raddoppio dell’offerta. E quindi restano furbescamente alla finestra.

Sicché la ritrosia montiana probabilmente non nasce da pressioni varie (che pure ci devono essere state, da parte del centrosinistra e del Quirinale) o dalle minacce di manganellate medianiche stile “metodo Boffo” da parte della Destra rappattumata dal personaggio più cattivo d’Italia (l’ex leader del Partito dell’Amore). Tutto nasce perché l’uomo delle banche ha fatto un po’ di conti e deve aver scoperto – stando alle attuali rilevazioni di tendenza – di non essere determinante neppure al Senato.

Da qui il rapido rifugio nella vaghezza. Che per lui è un classico. Ossia la retorica rivisitata del “non c’ero, se c’ero dormivo”, applicata in tutta la sua carriera di indefesso “servant” non “civil” ma “de l’argent”; “grand commis” non del pubblico interesse ma di quello privato/padronale. Come quando era consigliere di amministrazione in Fiat e il duo Cesare Romiti e Francesco Paolo Mattioli costituiva quel fondo nero di mille miliardi di lire per cui i sedicenti manager furono condannati dal Tribunale di Torino il 9 aprile 1997 (poi salvati dalla legge di depenalizzazione del falso in bilancio). In quel caso l’autorevole economista non si accorse di nulla? Di certo dormiva. Come ha continuato a fare da Commissario europeo, quando la Commissione presieduta da Jacques Santer e di cui faceva parte fu costretta a dimettersi per settemila miliardi di aiuti umanitari mai giunti a destinazione. La collega Édit Cresson fu persino condannata dalla Corte di Giustizia della Comunità europea in un processo andato a sentenza nel 2006. Ma Monti anche in questo caso non c’era. E se c’era dormiva.
Sonno ad alto tasso di politicità del buon (?) tempo antico, visto che il tecnico prestato alla politica, il nuovo che doveva avanzare, con tutte le sue agende di una sola voce (far pagare la crisi ai più deboli) non è altro che il remake di uno stile politico chiamato “doroteismo”: l’ambiguità come strumento di potere.