Avrei voluto postare il giorno di Natale, dopo aver portato a spasso il cane. Il cane, purtroppo, l’ho dovuto portare in un pronto soccorso veterinario, perché aveva mangiato un osso. Lo stanno bombardando con antibiotici, ora. Comunque. A chi scrive e cerca un editore dico che è un momentaccio. Tre, quattro anni fa (anche due anni fa) si diceva che i libri pubblicati (170 al giorno) in Italia erano troppi. Infatti. Mi sembra che adesso non sia più così. Non ho nessun dato aggiornato, ma so questo. Un editore, che un anno fa mi aveva chiesto un libro, mi ha scritto per dirmi che adesso resta fermo. Niente più nuove pubblicazioni. Spero di restare a galla, e di tornare a pubblicare, magari tra un anno mi ha scritto. Chiaro: non tutti i libri nel cassetto meritano la pubblicazione o di essere considerati libri. Ma è comunque un peccato per quei romanzi, racconti o altro che invece meriterebbero, no? Buona lettura con il manoscritto numero sette.
(rb)
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Come tessere del domino

di Luciano Carini

Prologo

Il crollo è imminente, non c’è scampo per gli abitanti del palazzo. Alle finestre c’è chi urla di terrore e chi vomita la propria disperazione. Altri non vi vedono che l’ultima, definitiva, via di fuga e si lanciano nel vuoto. Per chi resta non c’è che un’alternativa al perire sepolti dalle macerie: essere presi dall’enorme mano, strappati dall’interno dell’appartamento, quell’appartamento che fino a un attimo prima pareva una tomba e adesso la più sicura delle tane. E divorati. Il gigantesco pugno si abbatte un’altra volta sulla costruzione minandola sempre di più, sempre di più, sempre di più, finché non cede e si schianta a terra.
500 punti.
King Kong e Godzilla assieme! King Kong e Godzilla inferociti! Non c’è edificio che si salvi dalla loro furia, ogni abitante viene fagocitato come fosse nocciolina.
Groar groar, rattle rattle.
All’interno del breve labirinto un anziano serpentone si allunga sempre più suggendo ogni forma presente – swish swiiish swiiiiiish – di sottecchi la faccia parzialmente devastata di Terminator sorride ambigua al mondo umano – ping ping hasta la vista baby ping – salta agile da un’asse all’altra di un ponteggio semovente un paffuto e baffuto idraulico – bing bing biribiribiribing bing – e un giovane karateka lancia la sua sfida al male – are you ready to figth?
Mentre un malriuscito clone di Senna rimbalza al di là del guard rail – boing bong crash – la TV a circuito chiuso trasmette il vero Ayrton Senna da Silva, in ossa, carne e tuta di pelle, la lepre brasileira dei circuiti di F1, mentre sta ultimando le prove con la sua Williams-Renault in vista del Gran Premio del Brasile, apertura della stagione ’94.
Un ragazzino si rigira tra le mani alcune monete da 500 lire e attende ansioso l’uscita dal posto di guida del fallimentare emulo. Fuori uno dentro l’altro. È la dura legge della sala giochi. Due monete da 500 entrano nel pertugio invitate dall’elettronico messaggio per niente subliminale INSERT COIN. Il doppio sedile di plastica e compensato è scomodo ma bisogna adattarsi.
Giusto il tempo di muovere le anche un paio di volte per cercare una posizione decente che una mano callosa afferra il bavero del giubbotto ed espelle il ragazzino dall’abitacolo. «Tocca a me», dice la mano callosa mentre l’altra chiude e irrigidisce le dita. La faccia della mano callosa sorride con una smorfia a un’altra faccia, anch’essa con due mani callose, poi la bocca si contorce nel modulare alcune chiare parole «Va’ via merdina, se no ti spacco.»
Ridacchiano i due, mentre salgono nell’abitacolo e il ragazzino guarda sconsolato il perduto oggetto del divertimento pomeridiano. «Ci sono 1000 lire dentro!» è il timido tentativo di recuperare almeno il bene economico.
«Allora ci facciamo un doppio» e le risate sono sempre più sfacciate e pungenti. Non resta che tornare tra gli amici. Hasta la vista baby.
Zip zat zat zip bing ssssswiiish swoosh bing swoosh.
Gli amici sono amici quando si chiudono in circolo intorno a te e cercano di consolarti con frasi che si sovrappongono l’una all’altra:che cazzo volevano? – fanno i grossi ma io li spacco – stai plastico sono del Pilastro – sborroni del cazzo se li becco uno per uno quei due li slego di brutto.
Perché ho quasi le lacrime? si domanda il giovanissimo. Perché sono incazzato nero e mi viene solo da zigare come un bimbo? Perché io?
Il perché senza punto interrogativo appare lì, nella tasca destra.
Zip zat ping bing ping Are you ready to fight?
Walther PPK calibro 7.65. Il calcio è un po’ grande per la piccola mano quindicenne sudaticcia ma si adatterà. La mano, si adatterà.
Zip zat ping bing ping Are you ready to fight?
Chiazze di sudore nervoso si formano nella maglietta Fruit of the loom bianca che sta sotto al maglione misto lana girocollo che sta sotto al giubbotto simil Bomber. Gli occhi fissano incessanti la vettura di Formula 1 vagare immota sulla pista virtuale. La mano stringe con intensità l’oggetto metallico.
Zip zat ping bing ping Are you ready to fight?
I piedi si incamminano verso il gioco di simulazione e il corpo li segue. La mano stringe con più convinzione il calcio plastica e acciaio dell’arma. La mente vaga in lucida confusione su rudimentali rudimenti di tiro. Ora il ragazzo è in piedi dietro al vano abitacolo plastica e compensato. L’oblò trasparente è uno schermo TV inquadrato su due nuche.
Zip zat ping bing ping Are you ready to fight?
BANG. BANG. BANG, BANG, BANG. BANG, BANG.
Lo schermo TV esplode in mille pezzi ma la trasmissione prosegue. Fiotti di sangue vischioso schizzano dappertutto. Il pilota di sinistra viene scagliato sul volante, rimbalza all’indietro e infine plana pesante su immagini offuscate di una macchina che fuoriesce molleggiata dalla pista. Il video di destra si è infranto e non ci può raccontare la stessa storia. Quel che resta della testa di destra è accasciato tra i due volanti.
Continue play?

La FIAT Tempra SW tagliava curve dall’asfalto vecchio e rappezzato. La bassa ferrarese ci cingeva con i suoi campi piatti e le sue nebbie. Gli abbaglianti rimbalzavano su fusti senza corteccia di alberi di cui non ho mai saputo il nome. Non ho mai saputo il nome di qualunque albero. Le sghignazzate sommesse che erano cominciate da un quarto d’ora mi avvolgevano all’interno dell’abitacolo come il fumo delle tante sigarette consumate da tutti quanti, e mi facevano presagire qualcosa di poco simpatico. Per me.
«Ecco! Ci siamo quasi», annunciò il pilota.
La strada era grigia, la notte era grigia, le case erano grigie. Tipico della bassa. Solo il cartello bianco con il nome del paese rifletteva un po’ di luce. Quando fummo abbastanza vicini distinsi il nome: “MASI TORELLO” e tra parentesi “Prov. di FERRARA”. La smorfia che feci diede il via ad aperte risate.
«Torello, ti hanno dedicato un paese? Da quando in qua?»
«L’hanno promossa, adesso è una donna in carriera.»
«Pezzi di merda! Un’ora di macchina in questa strada del cazzo per farmi vedere ‘sto cesso di cartello!» esplosi. «E adesso ne dobbiamo fare altrettanta per tornare indietro.»
«Dai, si va a bere qualcosa. Ti dobbiamo pur festeggiare.»
«Pensa che bello, ti festeggiamo al paisiello. Fa pure rima.»
«Ma tornaci tu, al tuo paisiello,» e mentalmente aggiunsi terrone, «non sono mica ferrarese! Io sono di Bologna.»

Entrammo nell’unico bar aperto alle dieci di sera. Quattro tavoli di formica, nove nonni, due mazzi di carte da Scopa in perenne movimento e vino nei bicchieri. Le uniche donne eravamo io e la barista, vecchia robusta occhialuta matrona, eppure nessuno mi dedicò uno sguardo più lungo di tre secondi. Le carte che avevano in mano erano più interessanti di me. Ci sedemmo e ordinammo.
«Che birra avete?»
«In bottiglia Dreher da 0,66, alla spina niente perché la spina è rotta.»
«Direi Dreher in bottiglia. Tutti d’accordo?»
«Sì, sì. Perfetto. Niente di meglio all’orizzonte.»
«Anch’io. Sempre amata la Dreher.»
«Affare fatto. Ero venuto apposta per quella.»
«Uhm», mugugnai, poco propensa a lasciarmi coinvolgere in quellavelata presa in giro. Si accesero in contemporanea cinque sigarette e finalmente mi lasciai andare. In fin dei conti ero la festeggiata. E quei quattro stronzi che mi accompagnavano erano miei amici, anche se cafoni. Quattro esseri della peggiore feccia sulla faccia della terra. Poliziotti. Come me.
Le birre arrivarono mentre nel tavolo accanto si accendeva un’accalorata discussione sul perché tizio avesse calato un sei quando in tavola c’erano un asso e un fante e caio, avversario e prossimo di mano, aveva il settebello ma sempronio, compagno di tizio, era chiaro non avesse l’altro fante, e così via. Io non avevo capito niente di cosa si volessero rimproverare; nonostante avessi dei gusti poco adatti al mio sesso, le carte e l’amore saffico ancora non rientravano fra questi. Le birre passarono rapidamente dalle bottiglie ai bicchieri inondando di schiuma il laminato del tavolo, il quale, non trattenendo un bel niente, la fece scorrere sui nostri jeans. I boccali si levarono verso il neon del locale.
«Al vice ispettore Moira Benuzzi detta Torello, tanti begli omicidi maschi!» Dopo che l’agente scelto Andrea Di Nardo ebbe pronunciato il suo succinto e strambo discorso di augurio, un coro con vari hip, hip, urrà si alzò nel locale e mi emozionai un tantino. L’agente Moira Benuzzi della Questura di Bologna aveva finito il corso e ora diventava vice ispettore della Questura di Bologna. Rimanere alla Questura d’origine non era così scontato dopo un aumento di grado, soprattutto per chi in quella città ci vive da sempre, ma non per chi possiede delle bazze, delle raccomandazioni, che nel mio caso erano dello zio sovrintendente da vent’anni.
«Domani che fai come primo giorno?» mi chiese il Pero.
«Sono in affiancamento all’ispettore Maranzano.»
« ‘O scassa minchia!», esclamò Tore.
«Lavori con il feroce Saladino, allora ti becchi il pluriomicidio di oggi pomeriggio. Cosa dura per una città che non è abituata a tanta violenza. Non te lo invidio, come inizio.» Andrea Di Nardo era l’unico che avrebbe lavorato con me alla omicidi. Ci conoscevamo bene tutti e cinque avendo fatto spesso pattuglia assieme ed era stato proprio Andrea, con quel suo cambiamento repentino, quasi un tradimento al gruppo, a instillarmi il primo dubbio su quello che stavo facendo. «Cosa fa Maranzano domani?»
«Andiamo a interrogare un po’ di gente dove abita l’omicida.»
«L’hanno identificato? A fine turno era ancora NN.»
«Non è che ne sappia molto. Maranzano mi ha telefonato – a casa! – stasera alle otto dicendo di presentarmi alle undici di domani mattina invece che a inizio turno pomeridiano. Ha solo aggiunto che dagli interrogatori nella sala giochi hanno identificato lo sparatore ma che questo si era dato alla fuga. È uno dei ragazzini che vive nella Casa Famiglia di via San Donato.»
«Quale? Ce ne sono tre in quella via.»
«Come si chiama… boh, mi pare IAMIFAP… sì, “Istituto per l’Assistenza a Minori con Famiglie aventi Problemi”. Quando sono arrivati per arrestarlo c’erano tutti i cinni tranne lui. Maranzano mi ha detto che non sono riusciti a interrogare nessuno; a quell’ora non ci sono più i responsabili e senza tutore non si può fargli domande e il custode, l’unico presente, legalmente non conta un cazzo. L’ispettore vorrebbe che domani ci fossero tutti i tutori, ma figurarsi se ci riesce di domenica.» Sorrisi ironica «Comunque, andiamo sperando di interrogare un sacco di gente.»
«Se sanno dov’è ma non lo vogliono dire, non glielo cavate fuori di bocca neanche se vi presentate lì in trenta. Io pattuglierei e pedinerei come un matto, cosa me ne frega di interrogare gli altri?» grugnì il Pero.
«A evitare che la faida continui», mi anticipò Andrea. «Se si scopre che è una guerra tra bande minorili bisogna fermarla subito. Un omicidio così plateale fa paura. Se gli aggrediti vogliono rispondere lo faranno in modo ancora più efferato e via di seguito.»
«Che casino che c’è stato oggi in centro. Ho fatto il turno di pomeriggio e non ci hanno chiamato solo perché stavamo pattugliando la Barca alla ricerca di un gruppetto di teppistelli che aveva dato fuoco a un cassonetto. Davanti al Creep-to-nite, la sala giochi, c’erano quattro volanti più la Omicidi.» Tore, l’assistente Salvatore Laudadio, aveva seguito tutto il trambusto alla radio e non vedeva l’ora di farcelo sapere.
Bevemmo ancora, chiacchierammo di niente, ci raccontammo aneddoti di lavoro su cui riderci sopra – proprio la cosa più delirante che ti può capitare: svagarsi parlando di lavoro! – dimenticandoci dell’omicidio che il giorno dopo mi avrebbe occupato buona parte della giornata. È strano come fosse contraddittoria quella serata; ero appena diventata ispettore, una scelta difficile, l’indomani avrei avuto il mio battesimo del fuoco come detective, e anziché godermi quella naturale e sana agitazione mi trastullavo come volessi dimenticarmene.

Quarta di copertina.

Un ‘hard boiled’ all’italiana, che si sviluppa all’interno di in una città realmente capace di alternare calma piatta e sazietà a efferatezza senza limiti.
Un ‘hard boiled’ che si avviluppa intorno alla figura di una donna, ma una donna un po’ particolare, ancora indecisa se comportarsi da maschiaccio (come ha fatto in tutta la sua turbolenta adolescenza) o evolversi tornando a essere femmina.
Un ‘hard boiled’ che trova linfa nella difficile condizione dei ragazzi ‘difficili’.
Un ‘hard boiled’ che a tratti diventa teso e incalzante come un thriller mentre a momenti prende struttura dai gialli classici, dove il protagonista riepiloga per aiutare il lettore a seguire il suo complicato ragionamento – e finisce puntualmente per sviarlo.
E, come un ‘hard boiled’ che si rispetti, il protagonista nel finale scopre ‘il colpevole’ ma la verità è sempre amara per lui.

Biografia

Luciano Carini, ha 46 anni, ama scrivere e, in modo molto amatoriale, è anche regista e attore teatrale.
Si è classificato terzo al concorso internazionale “Premio Firenze” sez. Testo Teatrale Inedito del 2009 con “Una indesiderata, inevitabile e inquietante veglia funebre, Un suo racconto “La stirpe parallela” è nell’E-book “Incubi del passato – Cronache dal patibolo” prodotto nel 2006 da Horrorlandia.it . Si è classificato terzo al concorso nazionale “L’Eco on line” del 2005 per romanzi brevi con “Il diario di pietra”.
La mail è luciano.carini@gmail.com