Diverse le reazioni seguite alla conferenza stampa del premier uscente Mario Monti e al suo intervento in diretta a In mezz’ora di Lucia Annunziata. Abbiamo raccolto il parere di Bruno Tinti e Marco Politi sul discorso del professore:

Quando Mario Monti fa il democristiano, non convince. Gli manca l’antica arte Dc di lanciare tra le fumisterie un messaggio preciso. In conferenza il premier è stato di un’energica indecisione. Più o meno chiaro nella visione programmatica, fuggitivo nel rispondere alle domande sul suo futuro. Il fatto è che nelle democrazie europee – da Bruxelles a Berlino, da Parigi a Madrid – i programmi li espone un candidato e non un “would-be-premier”. Tradotto: vorrei, ma chiamatemi! Non sono gli altri a doverlo acclamare, è lui a dover dire ciò che vuole fare. Gli osservatori esteri ieri ascoltavano straniti.   

Così anglosassone nell’eloquio, Monti diventa di colpo italianissimo nel fingere di non capire. Il ministro Grilli ha evaso o no il fisco? Il premier tace. Condivide la discriminazione anti-Camusso attuata a Melfi per la regia di Marchionne? Sorry. Il premier dice di non aver visto esclusi ai cancelli.   

A sessanta giorni dalle elezioni non si può menare il can per l’aia. Il plebiscito sulla sua agenda non ci sarà. È meglio farsene una ragione. È corroborante sapere che lui ha ridato credibilità all’Italia all’estero, ha reintrodotto un linguaggio politico civile, ha spinto per una sana amministrazione. Per molti cittadini, sinceramente, ha ben meritato. Ora, democraticamente, si va alla conta dei programmi e dei voti. Non è che uno ha le idee e gli altri portano l’acqua (dei voti) con le orecchie.   

Diciamolo sottovoce. Al fondo il premier ha lasciato trapelare la paura che il montismo alle urne non superi il 15 per cento. Un po’ pochino per fare il Mosè.

Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 24 Dicembre 2012