Una spy story con tutti gli effetti del genere letterario, ma immersa nel clima di attualità di un instant book. Ne “Il tunnel” (Di Renzo Editore), Gianni Perrelli ripercorre i drammatici scenari mediorientali a lungo visitati come inviato dell’Espresso prendendo spunto da una fornitura di sofisticati armamenti in partenza da Teheran verso i santuari di Hezbollah. L’eterna minaccia rivolta contro Israele che, pur in un teatro differente, è stata la causa scatenante della recente guerra a Gaza. La storia spazia dall’Iran degli ayatollah alle turbolenze libanesi, dalla guerra civile siriana ai tormenti irrisolti del popolo palestinese. Una panoramica in cui l’autore prova ad immaginare le reazioni di un professionista occidentale, estraneo a quelle dinamiche, improvvisamente sbalzato in un mondo denso di intrighi e misteri.

Il protagonista è un affermato avvocato internazionale, con studio a Roma, turbato all’apice della carriera dalla concomitanza di tre crisi personali: le ristrettezze economiche dovute alla grande crisi, il raffreddamento del rapporto con la fidanzata, l’angoscia per le mail di un ragazzo che afferma di essere suo figlio. Durante un party all’ambasciata dell’Iran un’avvenente agente della Cia lo circuisce per fargli una proposta indecente: spiare l’amico del cuore (un collega cresciuto con lui e trasferitosi a Damasco dopo aver sposato una ragazza palestinese) che è una pedina importante nella spedizione di armi destinata agli Hezbollah.

L’avvocato sulle prime tentenna, ma pressato dalle urgenze economiche e affascinato dalla 007, decide di “passare le linee”. Entra così in un mondo di ombre per lui del tutto sconosciuto, dove i fili delle sue crisi si ingarbuglieranno fino a un tragico epilogo.

Al di là della trama serrata e dei ripetuti colpi di scena, il libro  è anche una riflessione sul nostro rapporto con il Medio Oriente, terra geograficamente vicina ma culturalmente distante. “Per scoprire anche quanto di mediorientale c’è in ognuno di noi”, ironizza l’autore. Siamo affacciati sulle stesse sponde del Mediterraneo ma sappiamo poco o nulla dei popoli che vivono dirimpetto a noi. Ci sorprendiamo per l’arrivo dei flussi migratori che scaraventano sulle nostre coste migliaia di clandestini attratti dalle illusioni di un facile benessere ma rimaniamo perlopiù sordi alle loro ragioni. E anche quando, da turisti, affolliamo le loro spiagge o i loro mercatini, raramente ci interessa approfondire la radice dei loro costumi e le pulsioni che alimentano le loro ribellioni. Un atteggiamento superficiale in un mondo globalizzato, in cui tutto si intreccia e si tiene. Perfino ingeneroso verso popoli che, nonostante i nostri difetti, continuano a guardare all’Italia come a un faro negli sforzi incessanti per uscire dalle angustie del terzo mondo.