Lo sanno vecchi e nuovi dirigenti della Repubblica popolare. Uno dei problemi più grandi che la Cina si troverà ad affrontare è il gap tra città e campagne. E l’ “offensiva finale” alla povertà rurale ideata dal governo cinese è un esodo di massa. Entro il 2020 due milioni di persone saranno costrette a spostarsi dalle remote aree montane della regione del Guizhou, tra le più povere del Paese. Perché, secondo le autorità locali, le montagne non riescono ad essere un habitat che permette una vita dignitosa, neanche se si costruiscono strade e acquedotti.

Sono sforzi mastodontici. Il Guizhou è una delle provincie più povere della Cina, ma il suo pil – grazie agli investimenti statali – sta crescendo vertiginosamente. In percentuale è al secondo posto delle regioni che nei primi tre trimestri di quest’anno sono cresciute di più. Sono in molti, secondo le parole del segretario di Partito regionale Zhao Kezhi, “che non lo avrebbero ritenuto possibile”.

Ora qualcuno dice addirittura che la provincia del Guizhou sta crescendo come una tigre. La Cina è ben intenzionata a traghettare un miliardo e trecento milioni di persone fuori dalla povertà. E non si può obiettare che storicamente non ci sia riuscita visto che secondo gli ultimi dati le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà (ovvero 1,25 dollari al giorno) sono passate dall’85 per cento della popolazione nel 1981 al 16 per cento del 2005.

Anche questo si chiama sviluppo scientifico, l’ideologia chiave del presidente uscente Hu Jintao che è entrata durante l’ultimo Congresso dentro lo Statuto costitutivo del Partito comunista più grande del mondo. Significa lavorare per diminuire la forbice tra le regioni povere, come quella del Guizhou e le aree più sviluppate e, contestualmente, “educare” i suoi abitanti al progresso. E significa darsi la stessa scadenza indicata dal presidente: entro il 2020.

Vuol dire stimolare l’economia di mercato, attirare gli investimenti esteri, promuovere maggiormente l’estrazione delle risorse minerarie abbondanti in quei luoghi come l’alluminio e il carbone e contestualmente combattere i classici pericoli legati alla durezza della vita, l’alcolismo per esempio.

Significa costruire infrastrutture come acquedotti, strade e ferrovie per collegare anche le aree più remote e cercare di promuovere lo sviluppo di piccole e medie imprese e ribaltare il senso comune che ha sempre insistito sul fatto che la regione era addirittura troppo povera per poter pianificare uno sviluppo industriale.

E – al margine nelle dichiarazioni delle autorità – significa ricollocare due milioni di persone ed educarli a uno stile di vita più moderno. È un compito titanico che costerà miliardi. Ma le autorità sostengono che questo è l’unico modo per eliminare la miseria endemica delle campagne cinesi nonostante la nazione sia stata protagonista di uno dei boom economici più importanti della storia dell’umanità.

La leadership è anche cosciente che il divario di ricchezza tra città e campagne può essere la causa dell’implosione della società armoniosa tanto faticosamente costruita in oltre sessant’anni di Partito unico. Un recente studio dell’Accademia cinese delle scienze sociali, il think thank più rispettato della Repubblica popolare, ha sottolineato che questa forbice è cresciuta del 26 per cento dal 1997 e addirittura del 68 per cento dal 1985.

Il divario di ricchezza è immediatamente evidente nella provincia del Guizhou, dove i politici che promuovono il regime di trasferimento affermano che circa 11,5 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà, con circa 2 milioni in stato di “povertà cronica”. Così i villaggi montani delle remote zone dello Wuling e tutte le minoranze etniche che ancora vi conducono una qualità della vita quasi primitiva diventano i campi di battaglia e i nemici della nuova lotta alla povertà.

Anche loro vogliono una vita diversa – li convince il governo – soprattutto ora che strade, televisione e acqua corrente si affacciano nei loro luoghi. Così un remoto villaggio di cinquecento anime della minoranza miao sta trasferendosi in città nei nuovi appartamenti alla periferia di Yajia, dove li accoglie un cartello di propaganda: “Contribuisci a trasformare questo luogo in un modello per i progetti di riduzione della povertà!”

Ma non tutti sono d’accordo sulla bontà dell’operazione. Diversi locali hanno manifestato il dubbio che loro delocalizzazione non fosse legata alla riduzione della povertà. Piuttosto la vedevano direttamente collegata alla volontà di sgombrare il terreno a progetti infrastrutturali. È di questa teoria anche Jing Jun, un sociologo della Tsinghua University, che ha analizzato la situazione con i reporter del Telegraph. “Se si studiano tutti i movimenti forzati della popolazione dal 1949, si può affermare che nessuno di questi ha avuto particolare successo, anche quelli iniziati con le migliori intenzioni”.

di Cecilia Attanasio Ghezzi