In carcere, la crisi arriva sotto forma di sovraffollamento, servizi ridotti, prezzi in crescita, calo delle mansioni, delle ore lavorative, delle mercedi. Tutto ciò che succede fuori arriva filtrato da giornali e tv. Per cercare di offrire una visione più ampia e approfondita delle attuali dinamiche economiche, ho proposto agli studenti un saggio di Vladimiro Giacché apparso qualche mese fa su MicroMega.

Si vuole smontare la diffusa convinzione che quella che stiamo vivendo sia una crisi dei debiti sovrani europei, su cui non si può far altro che intervenire con misure di austerità volte a risanare i bilanci pubblici. Al contrario, secondo l’autore dell’articolo, quella attuale non sarebbe altro che il proseguimento della crisi che alla fine del 2007  ha colpito il settore finanziario statunitense. Che a sua volta costituirebbe l’ultima fase della crisi che da un trentennio colpisce le principali economie capitalistiche: all’origine c’è sempre l’insufficienza della domanda globale, cioè un mercato troppo ristretto rispetto all’enorme capacità produttiva dei settori industriali. Cui si è tentato di rispondere stimolando con ogni mezzo i consumi. Si è creato un eccesso di credito (nel settore immobiliare con i mutui sub-prime) che ha portato alla bancarotta delle principali istituzioni finanziarie del mondo. Governi e banche centrali di tutti i paesi più ricchi hanno sostenuto i sistemi bancari con somme enormi, che secondo un rapporto della Bank of England nel 2009 hanno raggiunto i 14 mila miliardi di dollari, un valore pari alla metà del prodotto interno lordo di USA, Gran Bretagna e Eurozona insieme. Una trasformazione del debito privato in debito pubblico, alias socializzazione delle perdite, che non poteva non avere pesanti ripercussioni sui conti degli Stati più esposti: in Europa i famigerati Pigs e, in seconda battuta, la nostra Italia.

Abbiamo capito che i problemi di debito pubblico sono quindi conseguenza e non causa della crisi. Il risanamento dei bilanci con politiche fiscali restrittive ha sortito l’effetto opposto di inasprire ovunque il peso del debito. Infatti, la riduzione dei consumi interni e dell’attività produttiva, quindi l’aumento della disoccupazione, ha fatto peggiorare il rapporto debito/pil. E in ultima analisi sono crollate le entrate fiscali, con ulteriore aggravio delle situazioni debitorie. A questo punto si sono fermati i flussi di capitali esteri diretti verso i paesi in difficoltà, che non danno più sufficienti garanzie agli investitori. Facendo emergere anche i deficit delle bilance dei pagamenti e delle bilance commerciali. Per queste vie, gli squilibri di fondo tra i paesi europei si sono accentuati, nonostante e alla fine a causa della moneta unica, che aveva uniformato i tassi d’interesse.

Abbiamo visto come i minori investimenti pubblici hanno tra l’altro effetti recessivi nel lungo periodo, andando a penalizzare infrastrutture, ricerca e formazione. La riduzione o distruzione del welfare state ha ovviamente pesanti ripercussioni sociali, oltre che economiche in termini di contrazione della domanda interna.

Secondo Giacchè, sulla crisi europea c’è stata una diagnosi sbagliata e si sta attuando una terapia sbagliata. Senza alcuna opposizione, si è rimasti sul dogma della stabilità monetaria, tipico delle impostazioni liberiste e monetariste, preoccupate solo di arginare le spinte inflazionistiche. Nulla si è fatto invece per limitare le spinte speculative. Nasce così lo spread tra i bund tedeschi e i titoli del debito pubblico dei paesi in difficoltà. Quindi il divario tra i vari costi del denaro. E l’ulteriore peggioramento dei conti pubblici.

Su questi temi abbiamo fatto diverse lezioni; gli studenti hanno cominciato a familiarizzare con questi termini, questi concetti su cui abbiamo discusso a lungo. A proposito della Grecia, dove il rispetto delle misure di austerità imposte dalla Trojka (Ue, Bce e Fmi) ha portato a un impressionante peggioramento di tutti gli indicatori, interviene dall’ultimo banco un giovane studente: romano di Primavalle, magro, mani in tasca, aria sbarazzina; fuori nessuna scolarizzazione, fermo alla seconda media, e tanti reati fin dalla più tenera età; in carcere frequenta le scuole e mette la sua vivacità al servizio dell’apprendimento, sempre lesto nell’anticipare le domande e compilare prima del tempo gli esercizi di verifica di fine capitolo. In dialetto spinto, dice la sua in maniera lapidaria e fulminante: “Secondo me, presso’ , aa Grecia glie stanno a ffa com’ii Casamonica: je prestano ii sordi e ’a fanno mori’ piano piano” e con una mano si stringe il collo che allunga verso l’alto, a mimare l’atto dello strozzinaggio.