L’avventura del governo Monti era iniziata poco più di un anno fa, il 13 novembre 2011, quando il Professore ricevette da Giorgio Napolitano l’incarico di formare il secondo esecutivo della XVI legislatura, iniziata il 29 aprile 2008. Un esecutivo breve, seguito a quello di Silvio Berlusconi, durato più di tre anni (dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011). Non il primo ma sicuramente il più significativo “governo tecnico” della storia della Repubblica. Un governo creato per fronteggiare la crisi internazionale e condizionato dalle richieste di Bruxelles, un riferimento costante dell'”agenda” del Professore.

“Un governo di impegno nazionale“, come lo definì il premier nelle sue prime dichiarazioni al Senato e alla Camera, nato mentre “l’Europa sta vivendo i giorni più difficili dagli anni del secondo dopoguerra”. Il dialogo con l’Europa è stata infatti una delle costanti nell’impegno del premier, che pochi giorni dopo il suo insediamento volò a Bruxelles per incontrare i vertici dell’Ue e poi a Strasburgo per incontrare i due principali partner europei, vale a dire l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Quest’ultima non esitò a definire “impressionanti” le riforme messe in cantiere dal governo italiano, pronto a svolgere i compiti a casa ma anche, ribadì il premier, a dare “il nostro contributo per la risoluzione dei problemi comuni”.

A dicembre il governo presentò il cosiddetto decreto legge “Salva-Italia“, una manovra lacrime e sangue che porto con sé la riforma delle pensioni e l’introduzione dell’Imu, anche sulla prima casa, al posto della vecchia Ici. Ma non c’erano alternative: “Questo è il momento – affermò il premier rivolgendosi direttamente agli italiani – in cui il Capo dello Stato e il Parlamento hanno chiesto a questo governo di aiutare a salvare l’Italia e a sviluppare l’Italia. Nel prendere questi provvedimenti abbiamo però tenuto molto presente la necessità di creare al tempo stesso le condizioni per la crescita dell’Italia”.

All’inizio di quest’anno arrivarono anche il cosiddetto decreto “Cresci Italia” e quello sulle semplificazioni, perché, non si stancava di ripetere il presidente del Consiglio, il rigore fine a se stesso non basta, serve anche la crescita economica. Un concetto ribadito a più riprese negli incontri con i partner europei, cercando di piegare le rigidità tedesche, trovando in quest’azione un alleato nel nuovo presidente francese Francois Hollande. Un’azione sviluppata su binari paralleli, con l’approvazione, sul fronte interno, della riforma del lavoro, dei provvedimenti di spending review per tagliare le spesa pubblica in eccesso, di nuovi interventi volti alla crescita e allo sviluppo, velocizzando al massimo l’iter parlamentare con il ricorso al voto di fiducia.

Un totale di sette riforme economico-finanziarie, costituite da un totale di circa 2.800 commi. Con diverse Regioni italiane travolte da scandali di varia natura, il governo ha spinto l’acceleratore e ottenuto l’approvazione del ddl anti-corruzione, completato in chiusura di esecutivo con il varo definitivo del decreto sull’incandidabilità dei condannati. Tra gli altri provvedimenti del governo Monti va ricordato il decreto legge per tagliare i costi degli Enti locali, mentre la riforma delle Province si è scontrata con la fine anticipata della legislatura.

Gli ultimi, convulsi, giorni del governo Monti si sono susseguiti tra schermaglie elettorali anticipate,  incertezze sul futuro ed emendamenti a pioggia alla legge di stabilità. Il provvedimento approvato dalla Camera contava 560 commi e un impatto di 32 miliardi e 400 milioni, raddoppiato durante il passaggio del testo a palazzo Madama. E’ l’ultimo “assalto alla diligenza”, perché con gli accordi raggiunti in sede europea, a cominciare dal fiscal compact, in Costituzione è stato introdotto il vincolo del pareggio di bilancio e il Parlamento è riuscito ad approvare la legge attuativa, che introduce regole più rigide sulla contabilità e istituisce un organismo indipendente che vigilerà sulla correttezza dei conti.