Ogni volta che parlavi con lui, tornavi a casa con un’idea in più: sulla politica, sulla cultura, su Milano, sulla vita. Anche per questo ci manca, Guido Martinotti, morto improvvisamente a Parigi il 5 dicembre. Se discutevi con lui di politica, sentivi subito la sua forte passione, ma sempre nutrita di osservazioni che venivano dai suoi studi sociologici. Indignazione e dati scientifici, frullati insieme con brillantezza, aprivano ogni volta una prospettiva nuova, suggerivano un’angolazione inedita. Era profondamente milanese, Martinotti, in questa città che amava, per averci vissuto e per averla studiata, lui che della sociologia urbana aveva fatto la sua scienza. Ne segnalava le derive palazzinare e tangentizie e mafiose, mai in maniera banale, sempre cercando una spiegazione nelle dinamiche sociali e ancorandosi a fatti, dati, numeri. Poteva parlare di Milano aprendoti un mondo, perché conosceva bene l’Europa, amava Parigi, lavorava negli Stati Uniti.

Milano è poteri e affari, ma anche una comunità di persone, quelle che fanno politica, cultura, università, che producono libri e giornali, movimenti e idee. Se è così, con lui un pezzo di Milano se n’è andato, lasciando più soli la moglie Eva Cantarella, ma anche tutti noi. Ci ha lasciato a 74 anni, dopo una vita impegnata a studiare e insegnare sociologia, dopo aver scritto libri importanti, dopo aver animato la facoltà di sociologia e contribuito a fondare l’università di Milano Bicocca.

In uno dei suoi interventi sul settimanale online Arcipelago Milano, nel luglio scorso aveva avanzato una proposta delle sue, visionaria ma forse più concreta e realistica di tante ideone dei riformisti senza riforme.

“Penso che si possa uscire dal pantano di un sistema in cui gli immobili stanno calando del 20/30 per cento rispetto a cifre che spesso erano solo virtuali”, scriveva, “con qualche grande piano sociale, rimettendo in comune temporaneamente una parte dell’invenduto inoccupato, con convenzioni di uso e manutenzione a 5/6 anni. L’impero ligrestiano, che ha costellato la città delle più brutte costruzioni della nostra era, ha probabilmente lasciato molte caverne vuote”. E poi ci sono “decine di migliaia di immobili vuoti, invenduti e forse invendibili che la cartolarizzazione fallita dello Scip2 ha restituito all’Inps e ad altri enti. Mi domando se il Comune non possa fare un reperimento di tutti questi beni e, con un accordo con i maggiori proprietari (istituti pubblici o banche), darne una quota consistente in comodato d’uso a giovani, soprattutto giovani coppie con figli o intenzionati a farli) per un periodo abbastanza lungo (5/10) anni, in cambio di manutenzione e cura. Ed egualmente assegnare immobili adatti ad associazioni in grado di gestire performances, laboratori eccetera. Le città italiane hanno bisogno di riordino, di ricuciture, di riparazioni, di rivitalizzazioni, di tutto meno che di nuova cubatura per congelare i miliardi del surplus dell’economia criminale”.

Chissà se qualcuno prenderà in considerazione questa proposta di un riformista vero.

Il Fatto Quotidiano, 21 dicembre 2012