I Rem cantavano “It’s the end of the world as we know it?” (è la fine del mondo come noi lo conosciamo). Forse avevano ragione.

I Maya, buona parte delle culture native americane, quelle orientali, e, indirettamente, quelle russofone sembrano avere una concezione di fine in chiave ciclica. Noi fieri occidentali abbiamo una visione lineare di fine: “Spegnete la luce. Punto.”

I Maya, han previsto la fine di un ciclo, ma non si son dati pena di dire l’ora. Un problema, a mio avviso, di poco conto.

Stando ai vari siti sulla fine del mondo dovrebbe esserci un sasso piuttosto grande, un pianeta di nome Nibiru, che per varie ragioni (un mix di misticismo, una spruzzata di alieni, e un po’ di paleoastronomia) dovrebbe piombarci in testa tra poche ore.

Se questa è la fine del mondo che vi aspettate, l’ora precisa non conta. Se un pianeta della massa della luna ci sbatte addosso, che succeda all’ora di New York o di Roma, dopo poche ore lo sapremo tutti.

Per chi crede in Nibiru affrettatevi a commentare questo blog.

Chi invece concepisce il concetto di fine ciclica; di un’epoca che termina e una che sorge, esiste una “fine” meno romantica e catastrofica ma non meno complessa.

Guardiamo il mondo oggi.

Semplificando verrebbe da dire che l’Occidente ha perso il suo primato di superiorità.

L’Asia, la Cina in particolare, è divenuta la grande fabbrica del mondo, con un Pil in crescita che noi europei e il resto dell’Occidente, ci sogniamo.

A ben guardare, qui e là vi sono germi di una rinascita che forse, non vedrà la luce in Cina. L’impero celeste che ora osserviamo pare essere la sintesi massima di tutto l’occidente: produzione di massa, schiavismo industriale, inquinamento delle risorse idriche e agricole, materialismo estremo.

Tuttavia questa estrema polarizzazione porta con sé la fioritura di nuovi centri.

Nuovi poli sorgono: dalle vestigia di antichi imperi, sulla terra battuta dalle passate vie commerciali, oppure dallo stesso continente che ha visto sorgere i Maya.

La Turchia, povera di risorse naturali, cresce con un Pil non dissimile dalla Cina.

Si candida a essere il nuovo terminale “occidentale” dell’antica via della seta che per secoli, fin dall’Impero romano, creò un collegamento tra Roma e la Cina.

Sulla stessa via uno stato come l’Uzbekistan, spesso trascurato dalle aziende italiane, anno dopo anno, convertendo le sue ricchezze derivate dalle materie prime, cresce, grazie all’aiuto di organizzazioni internazionali come OSCE e UNDP.

Città come Kiva, Buchara e Samarcanda riemergono dalle opere di Hopkirk e si scrollano di dosso la polvere di decenni di comunismo.

La Mongolia sigla accordi minerari e commerciali con la Germania per lo sfruttamento di giacimenti carboniferi.

Il Brasile, il Cile, la Colombia e il Venezuela si sono ormai destati e, reinvestendo i proventi originati dalle risorse naturali stanno migliorando la qualità della vita media della loro popolazione. Ovvio ci vorranno alcuni decenni, ma è un inizio.

Non soffermiamoci alle singole nazioni.

Tecnologie devastanti, per la cultura capitalista classica emergono.

Le stampanti 3D sembrano essere ancora un fenomeno costoso per studi di design chic. Recenti accordi stanno creando piccoli colossi. Immaginiamo cosa possa significare una linea di produzione composta da stampanti 3D Aggiungete il “supporto”, in termini di know-how, che può offrire la rete, in una nazione creativa ma povera d’infrastrutture industriali. Significa rivoluzione industriale scissa dalle regole del capitalismo classico.

Considerate l’agricoltura, e le nuove frontiere offerte dall’Open Source Ecology, con la sua promessa di una struttura tecno agricola semi autarchica.

Perfino l’Occidente offre tecnologie intriganti. Le potenzialità offerte dalle città intelligenti, non più semplici ammassi di cemento e acciaio ma entità vive, pulsanti, dove la coscienza stessa dell’agglomerato urbano è composta da ogni individuo che la abita. Nulla di esoterico o magico, parlo di tecnologie già ora esistenti: dagli apparati cellulari, all’integrazione di piattaforme intelligenti per gestire infrastrutture di trasporto, ottimizzare il risparmio energetico, aiutare i cittadini a interagire tra di loro in modo esteso.

La lista di “promesse” per il prossimo ciclo è lunga, articolata e coglierne tutte le ramificazioni è arduo.

Una cosa è certa, se Nibiru, o i suoi simili, non ci sbatterà contro tra poche ore, ci aspettano anni di sfide eccezionali, di grandi cambiamenti. Il mondo, noi occidentali, e in particolare noi Italiani, saremo capaci di adattarci al nuovo ciclo che sta arrivando?