E così due laureati su tre che aspiravano a fare l’insegnante non sembra ne siano all’altezza, a giudicare dall’esito dei recenti concorsi. Non sono parte in causa né come candidato né come commissario. Non sono parte in causa ma un po’ forse sì perché, insegnando all’università, queste vicende mi toccano di rimbalzo: se due laureati su tre non sono all’altezza di insegnare, avremo sbagliato qualcosa anche noi che diamo loro quel titolo di studio? Forse dovremmo preparare meglio i nostri studenti a una vita intessuta di quiz?

C’è una mania ormai dilagante per questi quiz preselettivi che, si dice, dovrebbero mostrare le capacità logiche dei candidati. Siamo troppi dappertutto, per cui solo chi sa ragionare può provare certe strade. Così, concorsi per le Soprintendenze sono introdotti da test sui lenti percorsi dei bradipi, iscrizioni alla facoltà di medicina sono aperte solo a chi sa come finì la guerra del Vietnam, posti di lavoro nella scuola sono riservati a chi ha risposto a domande sull’home banking. Invece di premiare chi investe su se stesso e si allena al pensiero critico i due Ministeri preposti alla Cultura in Italia – Miur e MiBac – valorizzano i bravi enigmisti. Chissà come avrebbero reagito ai quiz quelli che nel Sessantotto reclamavano un’istruzione critica e veramente aperta a tutti.

Questo panorama desolante – che coincide con l’apertura della campagna elettorale – sollecita una domanda tutta politica: perché in Italia non si scelgono mai le strade naturali che porterebbero le persone giuste al posto giusto? Per trovare le persone giuste basterebbe per esempio cominciare a valutare la preparazione pregressa: chi ha carriere universitarie brillanti, chi ha fatto master e soprattutto dottorati (è umiliante vedere quanti dottori di ricerca sono costretti a emigrare all’estero o a ripiegare su lavori che nulla hanno a che fare con la loro preparazione), chi ha conseguito titoli all’estero, chi ha frequentato università di eccellenza – magari individuate sulla base di criteri rigorosi e non semplicemente autonominatesi tali – perché non dovrebbe interessare in prima battuta allo Stato? E’ normale che chi ha simili pedigree formativi – e per fortuna ce ne sono tantissimi, che però spesso sono a spasso – non venga reclamato dallo Stato, e in primis dalla scuola, e per così dire “obbligato” a restituire in lavoro qualificato ciò che lo Stato ha speso per la sua formazione? E poi, che senso hanno questi test fatti apposta per scegliere alla rovescia i nuovi formatori? “Quel fogliuccio – si legge nella Lettera a una professoressa – era in mano a cinque o sei persone estranee alla mia vita e a quasi tutto ciò che amavo e sapevo. Gente disattenta che teneva il coltello dalla parte del manico. Mi provai dunque a scrivere come volete voi. Posso ben credere che non ci riuscii. Certo scorrevano meglio gli scritti dei vostri signorini esperti nel frigger aria e nel rifrigger luoghi comuni”.

Cosa hanno da dire su questi temi i leader che oggi si candidano alla guida del Paese? Cosa ha da dire la sinistra che ha assistito impassibile, e spesso ha contribuito, alla distruzione della scuola e dell’università – soprattutto di un’idea di scuola e di università come luoghi di elevazione culturale del paese – di questi decenni? Cosa ha da dire il governo Monti, che ancora nella legge di stabilità in discussione in queste ore, taglia il Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università?

Pochi giorni prima delle recenti primarie del Pd Matteo Renzi, interrogato sul suo futuro in caso di sconfitta nel duello con Bersani, affermava: “La mia generazione non può pensare che inizi a far politica e continui per sempre: ti metti sul mercato, guardi se qualche azienda privata ti mette a lavorare, vai a insegnare all’università”. Nella prospettiva di Renzi l’università è intesa evidentemente come un tappabuchi per i pochi sfortunati che vengono bocciati a qualche elezione primaria, e non come un luogo di alta formazione. Forse a questa idea un po’ casual di università corrisponde la selezione altrettanto casual fondata sui quiz. Finché l’istruzione, la ricerca e la cultura saranno guidate da chi le vede soltanto come pesi o al contrario come valvole di sicurezza l’Italia non potrà sperare di essere un paese normalmente europeo.