A 24 ore dall’annuncio delle nuove condizioni d’uso, sul blog ufficiale di Instagram compare un comunicato in cui Kevin Systrom, co-fondatore del social network, annuncia che le nuove regole verranno modificate.

Secondo quanto scritto da Systrom, Instagram non avrebbe mai avuto intenzione di vendere le foto degli utenti, ma in seguito alle proteste si sarebbe arrivati alla decisione di  riscrivere le regole, usando un linguaggio “più chiaro” che non lasci spazio a fraintendimenti. La realtà è che dalle parti di Instagram-Facebook si sono resi conto di aver fatto il passo più lungo della gamba. Vedremo come cambieranno le condizioni di servizio. Il dato, per ora, è che il “popolo di Internet” (espressione abusata alla quale sarebbe forse meglio sostituire il più semplice termine “consumatori”) non è ancora pronto ad abdicare esplicitamente al diritto di proprietà sulla propria privacy. Solo esplicitamente, però.

Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale (non servono competenze tecniche) dovrebbe sapere che l’abdicazione avviene ogni volta che apriamo il browser sul nostro computer. Ogni attività su Internet, dalla semplice ricerca su Google a un acquisto online, viene registrata, analizzata, profilata e utilizzata per ricerche di mercato, elaborazione di statistiche e somministrazione di pubblicità personalizzata. Provate a guardare con occhio critico le pubblicità che compaiono a margine dei siti che visitate: sono tutte (o vorrebbero essere) tagliate su misura per voi. Scandaloso? Avviene da sempre e nessuno si scandalizza più di tanto. Non è nulla di diverso dalle tessere a punti nei supermercati, che hanno un funzionamento molto simile. 

Certo, qualche volta il sistema fa cilecca e può capitare che dopo aver postato decine di commenti sarcastici sul ritorno del prode Silvio, vi troviate un annuncio che vi invita a visitare il sito del Pdl. In genere, però, il sistema funziona e permette a chi offre servizi “gratuiti” di fatturare miliardi tenendo in piedi quel baraccone che si chiama Internet. Le veementi proteste del “popolo di Internet” e la marcia indietro di Instagram rappresentano quel pizzico di ipocrisia indispensabile per fare tutti contenti, offuscando (appena appena) la realtà: ogni giorno ci vendiamo la nostra privacy in cambio di servizi che ci piacciono. Ci si può ribellare? Certamente. Basta non usare nulla di ciò che ci viene proposto, blindare la connessione rendendola anonima e utilizzare qualche software per impedire la ricezione di cookies. Prima o poi, però, arriverà la classica “proposta che non possiamo rifiutare”. Tornando alle tessere dei supermercati io, per esempio, non ne ho mai volute. Fino quando mi hanno messo davanti al muso una bella raccolta punti per aggiudicarmi delle splendide pentole in ceramica. E io adoro le pentole in ceramica…