Le donne donano la parte migliore di sé, quando infrangono le regole, quelle imposte loro in quanto donne: anche quando trasgrediscono la regola del silenzio a tutela dell’ordine simbolico maschile rappresentato come portatore di luce e coscienza perché la sua ombra è sempre stata proiettata sulle donne. Le cose stanno cambiando per fortuna, anche se ancora oggi può accadere che le donne che svelano la violenza debbano pagare un prezzo salato. Questo avviene quando chi commette violenza o stupri ha una posizione o un ruolo sociale che gli conferisce più potere rispetto alla vittima. Se poi è un uomo che indossa una divisa o il saio (o la tonaca) il prezzo è ancora più salato perché “i panni sporchi” si lavano col silenzio, anche quando stanno tra le pareti di qualche istituzione.

Ma l’altro ieri la corte d’Appello di Catanzaro ha condannato per stupro a nove anni e tre mesi Fedele Bisceglia, un frate sospeso dalla Chiesa in seguito alla condanna in primo grado per la violenza su una suora dell’ordine francescano dei poveri. Le violenze erano avvenute nel 2005 a Cosenza, nell’Oasi francescana dove venivano accolti emarginati e indigenti. Si è trattato del  primo processo per violenza sessuale celebrato in Italia dove vittima e stupratore erano due religiosi. La vittima ha rotto quel silenzio due volte: come suora e come donna ricevendo fin dal momento del racconto, ascolto e aiuto dalla madre superiora e dalle consorelle. Nel processo si è costituito parte civile il centro antiviolenza Roberta Lanzino che fu tra le prime associazioni a farlo in un procedimento per stupro dopo la riforma del codice di procedura penale.

Nel clima diffidente e chiuso di una comunità che è stata a guardare, buona parte della stampa locale ha condito la cronaca di una violenza di stereotipi e pregiudizi: dai commenti inopportuni che hanno definito “boccaccesca” una storia di stupri, alla vita della vittima passata al setaccio. Una giornalista del Quotidiano della Calabria nonostante la sentenza di condanna in appello continua a riferirsi alle violenze come presunte e a dare molto spazio alle dichiarazioni di Bisceglia anche quando denigra le suore. Il centro Roberta Lanzino ha commentato che alla lettura della sentenza “Ancora una volta, tuttavia, l’interesse dei media si è soffermato sulle esternazioni dell’imputato, mentre i Carabinieri scortavano il gruppo delle suore per sottrarle alle rimostranze scomposte dei sostenitori degli imputati. Eppure dovrebbe essere interesse di tutti dare spazio e voce al coraggio delle donne che denunciano gli atti di violenza sessuale, e utilizzare un processo così difficile per rilanciare la fiducia nella giustizia”.   

Un’occasione perduta per la stampa locale che avrebbe potuto dare spazio alla forza e al coraggio della suora e alle donne che le hanno dato sostegno: la madre superiora, le consorelle,  le operatrici del centro antiviolenza e le avvocate. Un bell’esempio di solidarietà per tutte le vittime di stupro, un incoraggiamento ad infrangere la regola del silenzio.