Devo essere sincero: quando si parla di Benigni non posso avere un giudizio critico distaccato. Il fatto è che parecchi anni fa ho scritto, con un amico-collega, un libro sul comico toscano, il primo libro che ne ripercorreva l’attività di attore teatrale e cinematografico, regista, intrattenitore televisivo. Lo intitolammo Datemi un Nobel (Dario Fo lo aveva vinto da poco) e gli portammo fortuna perché di lì a poco vinse l’Oscar con La vita è bella,uscito nelle sale proprio mentre noi scrivevamo. Durante il lavoro cercai il modo di incontrare Benigni per parlargliene e ci riuscii grazie al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Fu di una straordinaria gentilezza, non solo apprezzò il lavoro e ci ringraziò con il suo tipico entusiasmo, ma ci regalò un’intervista inedita sull’origine di La vita è bella, che collocammo in apertura del volume. Da allora i nostri rapporti pur sporadici sono sempre caratterizzati da una reciproca stima e gratitudine che, almeno per me, sono diventate una sorta di affetto.

Quando devo vedere una sua opera, più che nella posizione del critico mi sento in quella del tifoso, che spera che la sua squadra vinca e giochi bene, che un po’ soffre quando le cose vanno male e lo riconosce malvolentieri. Confesso che, proprio come fanno i tifosi, l’altra sera avevo parecchio timore. Affrontare la lettura della Costituzione in prima serata è una di quelle imprese temerarie che solo Benigni sa e può fare (un po’ come fare un film comico sui lager) ma i cui esiti restano molto incerti. E invece anche questa volta l’esito è stato straordinario. Non sto a fare l’analisi del prodotto televisivo, del suo valore e dei limiti su cui già tanto, anche su questo blog, si è detto. Dico solo che riconosco tutti i difetti (le lungaggini della prima parte satirica, qualche eccesso di enfasi nella celebrazione dei padri costituenti, una foga che ha prodotto pesino un lapsus su La Malfa), ma che queste sono pagliuzze di fronte alla novità, all’originalità, alla sperimentalità dell’idea di una lettura poetica di un testo che è invece di prosa politico-istituzionale. Faccio solo un esempio: chi prima di Benigni è riuscito a scoprire e a rivelare la vera natura poetica, sublime, avvolgente dell’articolo 12 con la sua enunciazione semplice, “infantile” dei colori della bandiera e delle dimensioni delle strisce? Chi ha mai colto così in profondità il senso e il valore di quelle due virgole che aprono e chiudono l’aggettivazione “una e indivisibile” attribuita alla Repubblica? Altro che la presenza di un costituzionalista, come richiede qualcuno! L’intuizione geniale e pienamente realizzata è quella di leggere quel testo come un testo poetico.

Un’ ultima cosa. Visto il successo di pubblico, il gradimento ampio (a parte i soliti noti) e l’approvazione dei vertici aziendali, rilancio una mia proposta: perché il servizio pubblico non si impegna a programmare una volta al mese – diciamo nove/dieci volte in un anno – un appuntamento rituale di questo tipo, con Benigni o con altri di pari qualità? Sarebbe un modo chiaro per ritrovare e affermare la propria identità, spesso un po’ smarrita, di “cosa pubblica”.