«Immaginabile». Questa è stata la parola usata dal primo ministro britannico David Cameron il 17 dicembre, durante un acceso dibattito alla Camera dei Comuni. L’argomento era l’esito dell’ultimo vertice dell’Unione europea e il premier del governo di Sua Maestà, ha detto: «Chiaramente, ogni futuro per la Gran Bretagna è immaginabile. Siamo noi in carico del nostro destino, possiamo fare ogni tipo di scelta. Io penso che la scelta che dovremmo fare è di restare parte dell’Unione Europea, del mercato unico, e di massimizzare il nostro peso in Europa».

Gli esegeti del discorso del premier conservatore si sono affrettati a chiosare e a precisare che è la prima volta che un inquilino del numero 10 di Downing Street ammette la possibilità che la Gran Bretagna possa fare una scelta diversa da quella di rimanere parte dell’Unione. Al termine del dibattito parlamentare, Cameron, assediato dai cronisti ha precisato che «non è una posizione che io appoggio», e tuttavia, «quando non siamo contenti per qualche aspetto di questa relazione, non dovremmo avere paura di alzarci e dirlo chiaramente».

Nel partito conservatore, i Tories, le voci contrarie all’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea si sono fatte più forti ed alte dal 2008 in poi, in coincidenza della crisi finanziaria ed economica e soprattutto dei timori di tenuta dell’Ue e delle sue politiche economiche. Un recente sondaggio del sito conservatore ConservativeHome ha per esempio indicato che tra gli attivisti del partito l’ipotesi di un referendum sull’adesione all’Ue è molto popolare.

Cameron ha sempre cercato di contenere quest’anima isolazionista del suo partito, ma nello stesso tempo ne ha di tanto in tanto solleticato gli animi. Anche il discorso del 17 dicembre sembra andare in questa direzione, ma c’è attesa soprattutto per un altro discorso, che il premier ha annunciato fin dall’autunno scorso e che è stato sempre rimandato, fino a essere fissato per il mese di gennaio 2013, anche se ancora senza una data certa. Gli analisti pensano che in quella occasione – viste anche le recenti polemiche di Londra con gli altri partner europei a proposito del prossimo budget europeo – il premier potrebbe annunciare alcuni cambiamenti della posizione di Londra rispetto all’Ue.

Di recente, anche il sindaco di Londra Boris Johnson aveva detto che lasciare l’Ue «non sarebbe la fine del mondo» e in un incontro con la stampa, lo scorso 14 dicembre, Cameron stesso aveva spiegato ai cronisti che la prospettiva di una più stretta integrazione, a partire dai poteri di controllo finanziario da attribuire alla Banca centrale europea, potrebbero essere l’occasione per rivedere i termini della posizione britannica in merito.

Il Regno Unito dispone già di alcuni settori in cui esercitare la clausola di «opt-out» ovvero scegliere di non applicare le norme dell’Unione. Vale per esempio per l’area di libera circolazione per i cittadini prevista dal trattato di Schengen, nonché ovviamente per l’euro, che i britannici continuano a guardare con sfiducia, preferendo la sterlina.

Cameron ha indicato che la stessa opzione potrebbe essere esercitata per le politiche sulla giustizia e gli affari interni. La rinegoziazione della posizione britannica, tuttavia, richiede il consenso degli altri 27 paesi dell’Unione, un consenso che non è affatto scontato. Pertanto, il discorso sull’ «immaginabile» uscita della Gran Bretagna potrebbe essere letto anche come un tentativo di alzare la posta nelle imminenti trattative.

Tra i Tories, peraltro, c’è anche chi chiede un referendum sull’appartenenza britannica all’Ue. Un’ipotesi questa che Cameron ha sempre escluso ma che potrebbe invece concretizzarsi in una versione più “morbida” del quesito, cioè se i sudditi di Sua Maestà sono d’accordo con i nuovi termini dell’adesione britannica.

A destra dei Tories, inoltre, cresce il partito per l’Indipendenza del Regno unito, guidato da Nigel Farage, che in due recenti elezioni suppletive per Westminster a novembre si è piazzato al secondo posto, dopo i Laburisti.

Il discorso di gennaio di Cameron, dunque, rischia di aprire un anno cruciale per l’Ue, tra crisi politica e crisi finanziaria. Sarà un discorso di cui anche gli altri paesi dovranno tenere conto. 

di Joseph Zarlingo