Chi dissente è fuori. Semplicemente depennato dal listino bloccato degli “eletti” della prossima legislatura. Nessuno avverte. Si scopre dalle liste di essere stati fatti fuori. Succede nel Pd, non nell’M5S di Grillo. Attorno alla lista dei circa 150 “nominati” direttamente dalla segreteria (una quota oscillante intorno al 20% degli eletti possibili, ossia 400 deputati circa) si sta consumando un vero e proprio spoil system che in altri tempi, sempre nei lidi della sinistra, sarebbe stato chiamato in ben altro modo. Ci si limita, oggi, a fotografare che nella prossima lista di candidati sicuri al Parlamento entreranno personaggi come Guglielmo Epifani, Miguel Gotor e il politilogo Carlo Galli, tutti bersaniani di ferro e fondamentali spin doctor durante le primarie per la leadership a cui Bersani deve senz’altro molto.

A fronte di questi ingressi, però, perderanno la poltrona personaggi di indubbia competenza parlamentare come il costituzionalista Stefano Ceccanti e il mago dei regolamenti di Montecitorio Stefano Giachetti, noto alle cronache recenti per aver fatto uno sciopero della fame lungo 80 giorni per protestare contro la mancata modifica della legge elettorale. Una battaglia “in stile pannelliano” che non è piaciuta allo stretto entourage di Bersani che l’ha considerata “di eccessivo impatto mediatico” rispetto a quelli che erano le intenzioni del partito sul tema.

Ma c’è un’altra colpa, evidentemente più vistosa, che i due “uomini macchina” del Pd avrebbero commesso; essere entrambi “renziani”. Ovvero aver continuato a sostenere Renzi anche al secondo turno delle primarie quando alcuni più avveduti di loro, come il senatore Giorgio Tonini, all’ultimo tuffo si sono redenti e hanno dato il loro appoggio a Bersani. Guadagnandoci, non a caso, la ricandidatura. 

Insomma, Bersani punta a blindare il prossimo congresso del partito inserendo persone di stretta osservanza tra i “sicuri” del nuovo Parlamento. Scelta, per altro, legittima, visto che è lui il “comandante in capo” del Pd e a lui sono affidate queste scelte di nomina diretta. Singolare, però, che un uomo come Bersani che si è fatto un vanto di primarie “ad alto tasso democratico” poi finisca per scivolare sulla non ricandidatura di Roberto Della Seta, parlamentare ambientalista di primo piano che con Ermete Realacci ha contribuito in modo molto diretto alla battaglia condotta dal partito sull’Ilva di Taranto. Nessuno dei due verrà ricandidato. In particolare, su Della Seta pende anche un’accusa grave, legata alla triste storia del denaro dato da Riva a Bersani in tempi non sospetti e al centro dell’inchiesta della magistratura tarantina. Della Seta è quel parlamentare di cui parla Riva in una lettera del 2010 a Bersani chiedendogli di fermarlo. Obiettivo raggiunto?

Ci sono poi tre personaggi che hanno richiesto la deroga solo su promessa di Bersani di non fargli passare per le primarie. Si tratta di Anna Finocchiaro, Franco Marini e Rosy Bindi. Nessuno dei tre, “per meriti raggiunti” aveva voglia di misurarsi direttamente con il popolo, consci – probabilmente – di non riuscire ad ottenere che un risultato deludente. E siccome Bersani ha in mente per loro incarichi di primo piano nella prossima legislatura, meglio non sottoporre la loro immagine ad inutili umiliazioni. E dunque, via con un salvataggio davvero fenomenale: una ricandidatura “di rigore”, con elezione certa, per chi non sono non ha più bacino elettorale. E forse non l’ha neppure mai avuto. Rosy Bindi, in particolare, oltre alla propria salvezza in deroga, avrebbe anche ottenuto la testa di Paola Concia, deputata gay  in prima linea sul fronte dei diritti civili e in particolare delle unioni civili in stile europeo. Sta di fatto che tra deroghe di serie A e di serie B e incoronazioni di nuove “stelle” del firmamento politico, queste primarie per i parlamentari sembrano svuotarsi del loro significato più importante. Sul territorio, infatti, saranno i capi delle sezioni ad indicare chi inserire nelle liste e chi no.