Dopo ogni disastro riemerge il morboso desiderio di farne oggetto di spettacolo. Ma ci si domanda: sono i media a creare l’interesse nel pubblico, con l’occhio impietoso della telecamera e quelle interviste odiose a coloro che hanno appena subito una perdita, oppure è un bisogno profondo dell’animo umano?

Se lo chiede Giovanni Ragone in Lo spettacolo della fine. Le catastrofi ambientali nell’immaginario e nei media (Guerini e associati, Milano 2012), riaprendo una vecchia ferita. Mettendo a confronto le ipotesi di pensatori diversi, Ragone si spinge a considerare la paura delle paure, quella dell’estinzione finale della specie, forse l’unica e reale condizione per realizzare “la fine dello spettacolo”.

Indubbiamente i media contribuiscono ad ampliare la rilevanza emotiva di un disastro, non solo portandolo subito a conoscenza di tutti (in passato le brutte notizie avevano il tempo di sedimentarsi), ma rendendolo, per così dire, “necessario”. Nel senso di farlo apparire così urgente e imponente da spingere a testimoniarlo personalmente e sentirci rassicurati perché non ci tocca da vicino.

Una modalità umana, che richiama il piacere sublimato di Plinio il Vecchio nell’osservare un naufragio lontano, restandosene al sicuro sulla terraferma. Un gusto per il macabro che non si limita alla visione passiva, ma muove un vero e proprio “turismo delle catastrofi”. Spinge ad andare sul posto, a scattare foto ricordo, a curiosare e a rabbrividire ascoltando le testimonianze o i lamenti dei superstiti.

Orde di curiosi ben attrezzati si spingono sui luoghi di un incidente o di un efferato omicidio, nelle zone colpite da un terremoto o da un’alluvione (talvolta con l’alibi di portare conforto ai disastrati) o persino nelle città colpite da catastrofi nucleari, quando la distanza temporale ha attenuato l’intensità delle radiazioni.

L’importante è assaporare l’aria di pericolo e una bella scarica di adrenalina, ma senza rischi. Accompagnati da una giustificazione storico-culturale, è possibile tornare a casa e mostrare agli amici foto e trofei per dire: «Io c’ero!»