Sembra che tutti lo tirino per la giacca. Che ovunque lui vada ci sia uno stuolo di persone che lo prega di tenere ancora salde in mano le redini del Paese. Che, insomma, senza di lui si sia condannati al baratro più nero, a gironi dell’inferno fatti di livelli di spread che si alzano come angeli vendicatori per condannarci all’apocalisse economica e allo spettro dell’uscita dall’Europa. Proprio sicuri che sia davvero tutto così? Dopo gli ultimi avvenimenti, a partire dal vertice Ppe a Bruxelles, un po’ di nebbia intorno a Monti ha cominciato a diradarsi. Facendo emergere quanto questo governo e il professore stesso, abbiano asservito l’Italia alle grandi potenze economiche straniere, garantito l’America di opporre fiero sbarramento al ritorno di un governo di radice socialdemocratica e, soprattutto, messo in atto una politica iper liberista per favorire l’ingresso di capitali stranieri a prezzo del disfacimento dello stato sociale e delle garanzie nel lavoro.

Monti – certo – è servito per far scendere Berlusconi dalla poltrona di Palazzo Chigi sotto la minaccia di mandare in frantumi le sue aziende (è l’unico vero bene che interessa al Caimano), ma subito dopo, lentamente ma con costanza, il bocconiano ha svelato la sua maschera “trilaterale” e le sua vera natura di “agente di collegamento” con poteri sovrannazionali che non si sentiva la necessità di evocare dopo vent’anni di berlusconismo. E trent’anni di Dc.

Ora che siamo ad un passo dalle elezioni e dalla restituzione del ruolo di scelta (almeno di campo) ai cittadini, ecco che salta fuori ‘l’agenda Monti’, questo decalogo di condizioni che i cosiddetti poteri forti vorrebbero nuovamente imporre al Paese sotto forma di lista politica per raccogliere quel voto ‘moderato’, ma soprattutto ricco, cattolico e codino, che non si sente più tutelato dal centrodestra e che in quest’occasione si sarebbe probabilmente astenuto non trovando un’offerta politica congrua alla propria natura reazionaria. E affarista.

Basta guardare chi sono le ‘potenze’ politiche ed economiche che in queste ore stanno premendo su Monti (il Vaticano, con Bagnasco, si è speso in modo aperto, come forse solo per Andreotti è stato fatto nella storia) per capire cosa e chi incarna davvero il professore che sogna, dopo aver ‘raddrizzato l’Italia’, la successione a Van Rompuy alla Commissione Europea. Per lui, par di capire, in questo momento il Quirinale sarebbe una ‘diminutio’ perché non è un ruolo operativo e di comando come quello di presidente del Consiglio.

Monti, dunque, presenterà al Paese, entro i primi giorni della prossima settimana, dopo aver rimesso il mandato nelle mani di Napolitano, una sorta di ‘manifesto’ su cui far convergere alcune forze politiche, dai centristi agli ex pidiellini in cerca di un nuovo autore e chissà chi altro.

Ma quanto vale davvero Monti? E sono davvero così pronti a votarlo questi componenti della destra liberista privi di una casa politica dopo la disfatta berlusconiana? Neanche un po’. Mario Monti, nelle urne, vale al massimo un 10% neppure pieno. Lo dicono i sondaggisti ma non apertamente perché quando si parla di Monti c’è sempre il dubbio di incorrere nel reato di lesa maestà. Sono percentuali basse, quelle della ‘base’ montiana. Che persino il Quirinale non considera qualificante per gettare davvero le basi per la costruzione di un nuovo centrodestra lontano dalle pesanti eredità berlusconiane. Il rischio flop, insomma, è dietro l’angolo.

D’altra parte: perché votare ‘l’agenda’ Monti? Per avere l’ennesimo etero diretto dall’esterno che detta leggi astruse di risanamento del Paese che poi si rivelano puntualmente sbagliate (quella del lavoro a firma Fornero ne è l’esempio più lampante) e non solo non risanano, ma acuiscono ulteriormente alcune delle vere emergenze sociali del momento? Proprio sicuri, insomma, che la politica economica montiana sia fatta per il bene del Paese e non per il bene del portafoglio di qualcun altro?

Quello che pare evidente, in questo momento, è che il bocconiano rischia di bruciarsi sull’altare della sua stessa vanità; le urne potrebbero riservargli una cocente sconfitta. Anche perché c’è un’Italia sana che di professori ‘unti’ dai signori della finanza internazionale ne ha davvero piene le scatole. E vuole riprendersi il proprio futuro tra le mani. Sarà un futuro povero, certo. Ma almeno sarà nostro.