Sulla campagna elettorale israeliana, già animata anche per l’incriminazione e le dimissioni del ministro degli esteri Avigdor Liberman piove anche il rapporto annuale dell’Acri, l’Associazione per la difesa dei diritti civili in Israele. Il rapporto annuale, 85 pagine, è diviso per capitoli tematici su libertà di espressione, rifugiati e richiedenti asilo, privatizzazioni, privacy, diritti della minoranza araba, Gerusalemme est, diritti dei disabili, diritto alla casa, diritto alla salute, diritto all’acqua e diritti nei Territori occupati.

“Nella situazione unica di Israele e dei Territori Palestinesi Occupati – si legge nell’introduzione al rapporto – La situazione dei diritti umani è la più delicata”. In Israele, secondo il rapporto dell’Acri, a una proclamazione di fedeltà ai valore democratici, corrisponde nella realtà “un regime che in molte aree semplicemente ignora o comprime i diritti umani delle persone che governa”. Non si tratta solo come potrebbe sembrare dei diritti dei palestinesi, sia di quelli che sono cittadini israeliani sia di quelli dei Territori occupati, ma anche dei diritti dei cittadini israeliani ebrei: “Per ciò che riguarda le politiche sociali, il governo continua a ignorare le voci espresse durante le massicce proteste sociali del 2011 – scrive Acri -. Le politiche del governo non riflettono il riconoscimento del diritto all’acqua come diritto fondamentale e ignorano il saccheggio avvenuto negli ultimi anni dalla privatizzazione delle forniture idriche e il significativo aumento delle tariffe che colpisce le famiglie di ogni gruppo sociale e di ogni comunità”.

L’analisi di Acri sulle linee di frattura della società israeliana riguardano ancora le privatizzazioni, specialmente delle funzioni di polizia e di alcune funzioni giudiziarie, nonché per la crisi degli alloggi – il tema al centro delle proteste dell’estate 2011 – che non è stata affrontata, né tantomeno risolta, se non usata come alibi per i nuovi insediamenti colonici nei Territori palestinesi. “Per ciò che riguarda le minoranze e le persone non cittadine, l’atteggiamento riduttivo e indifferente diventa spesso aggressivo e perfino bellicoso”. Tra le vittime di questo atteggiamento, ci sono i beduini del Negev e i rifugiati e potenziali richiedenti asilo politico. A proposito di questi ultimi, Acri scrive: “Anziché trovare politiche coerenti e soluzioni che potessero promuovere i diritti dei rifugiati e quelli dei cittadini israeliani che vivono nelle aree che sono diventate il punto focale dei richiedenti asilo, il governo e la Knesset si sono fatti trascinare da una legislazione estremista e arbitraria nella speranza che, perseguendo gli “infiltrati”, impedendogli di lavorare, rinchiudendoli e “rendendo le loro vite miserabili” il “problema” potesse sparire”.

“L’espressione più estrema della bellicosità del regime è ovviamente l’occupazione della Cisgiordania – scrive ancora Acri – Israele, che si definisce una democrazia, continua a controllare le vite di milioni di persone che vivono sotto governo militare, che sono private di ogni voce o influenza sul sistema politico che decide il loro destino, persone i cui diritti basilari vengono calpestati ogni giorno”. Il filo conduttore di tutta la pubblicazione è la divergenza profonda tra il discorso pubblico e la rappresentazione che il governo israeliano (ma non solo il governo in carica guidato da Benyamin Netanyahu) e l’opinione pubblica dominante tendono a dare a se stessi e al mondo rispetto alla realtà quotidiana di un paese attraversato da profonde contraddizioni, come tutti i paesi, però con caratteristiche uniche sia per la composizione sociale (basti pensare al peso crescente degli ultraortodossi) sia, naturalmente, per il fardello dell’occupazione dei Territori palestinesi. Un fardello di cui la società israeliana non riesce e non vuole ancora liberarsi con una soluzione politica concordata con i palestinesi. Difficilmente i temi del rapporto di Acri entreranno al centro della campagna elettorale, se non per i partiti alla sinistra del Labour. E tuttavia sono questi i temi con cui, in fondo, gli elettori dovranno confrontarsi dopo il voto del prossimo 22 gennaio.

di Joseph Zarlingo